CONVALESCERE – QUANDO LA TUA CORSIA NON E’ IN PRIMA LINEA

QUANDO LA TUA CORSIA NON E’ IN PRIMA LINEA…

 

CONVALESCERE

Mi sono fermata

come alla stazione di una metropolitana

che non era.

Nessuna ripartenza, nessun capolinea.

 

Ho buttato uno sguardo in giro

per scrutare,

svagata apparenza,

solo per difesa.

 

Ho contato tante facce, tante braccia, tante mani,

le ho viste graffiate sui muri da unghie anonime,

invisibili,

rose,

sbiadite dal tempo.

 

Corpi sfatti,

come alberi da frutto

a fine estate,

alcuni pieni,

altri

troppo cascanti.

 

Di gambe, di piedi,

ancora nulla.

 

Tanti avvisi, mai pronunciati,

mai scritti,

di divieto,

ruotanti attorno e dentro…

 

Qui non si cammina,

qui non si corre,

qui non si passeggia,

qui si resta a letto…

Qualcuno ha aggiunto:

“Per ora”.

 

La mano anonima del “forse”

ha preso, suo solito,

il sopravvento.

 

Tempo verrà,

verrà quel tempo;

adesso,

non è ancora tempo…

Per chi?

Per tutti?

Solo per qualcuno?

Chissà… forse…

 

Mi sono messa, anch’io, d’obliquo,

come tutti;

nel tunnel bianco

ho seguito la corrente,

tutti in fila,

uno dietro l’altro,

sulla scala mobile,

gradino dopo gradino,

si sale,

ma trasportati.

 

E’ proibito farli a piedi,

due a due,

“Forbidden” era scritto,

in altro luogo,

non questo sicuramente,

lontano, molto lontano da qui.

 

Mi sono sdraiata su centinaia di prati di lenzuola,

sapevano di liscivia e disinfettante,

ero pronta all’attacco.

 

Ma in realtà stavo in difesa.

Come una preda braccata,

per giorni.

 

Il nulla mi rosicchiava

mi rubava via qualchecosa,

ogni giorno.

 

Era l’unghia incarnita

di un piede fantasma

cresceva ogni giorno di più

aumentando un dolore

fantasma.

 

Come in un poster gigantesco

si allungarono,

d’un tratto,

davanti a me,

le visioni dell’Everest,

giunsero a me ,

ogni giorno,

da un vecchio documentario

visto alla tv anni prima,

a consolarmi.

 

Immaginavo due gambe,

due piedi attaccati alla loro base,

lassù era la punta bianca di neve,

io ero alla base,

con accanto il mio sherpa.

 

Su bianche pareti lisce e nude,

davanti al letto,

sono sfilate ininterrotte

giornate e nottate

egualmente a veglia.

 

Per tanti mesi, senza più conta,

sfilate di candidi  camici abbottonati,

di lividi arredi da bagno,

di pasti pronti,

di termometri e sfigmomanometri,

di infermieri con gli aghi tra le dita

e loro, sì davvero, con le ali ai piedi.

 

Ma i miei piedi, i piedi di tutti gli altri

dove erano… dove sono… dove saranno?

 

Portati dalla stessa corrente,

tutti dietro ai nostri piedi,

alle nostre ginocchia,

ai nostri polpacci,

alle nostre cosce;

ma essi

ci sorpassavano come tavole da surf,

cavalcando le onde,

davanti a noi come fossero surfisti.

 

Li raggiungeremo

ci siamo detti,

con le nostre bracciate rese più forti,

da tanti esercizi,

con le spinte delle nostre anche,

di quello che resta delle nostre spine dorsali.

 

Lo sappiamo bene dentro di noi.

Ciascuno di noi, lo sa,

prima o poi, se ne andrà, questa foschia,

questa assenza totale di vento.

Cavalcheremo ancora le onde,

ci riprenderemo, ad una ad una,

le nostre parti mancanti,

ad una, a due, le nostre gambe,

ad uno, a due, i nostri piedi.

 

Allora, solo allora,

ci riconosceremo,

riacciufferemo come ragazzi

la nostra linfa vitale,

torneremo uomini e donne

senza più rotelle,

uomini e donne astanti,

forti della nostra prova.

 

Noi, già eroi di molte notti di luna infernale;

noi, soldati di trincea all’alba;

noi, viaggiatori di un continente nano;

noi entreremo dentro la pelle delle nostre gambe,

dalla cosce alle punte dei piedi.

 

Noi saluteremo i nostri angeli senza ali

frantumate dall’andare e venire nelle corsie,

frustate dalle parallele di legno e dalle plastiche stinte delle palestre,

ce li lasceremo, mentre  appena appena ci  sorrideranno,

sulla spiaggia,

alle nostre spalle.

 

A noi, finalmente ebbri di gioia, come Ulisse e i suoi compagni,

passata Gibilterra, non sarà dato di naufragare,

ma di continuare navigare dentro le nostre vite e di gridare a squarciagola:

 

“Ragazzi, questo è l’Oceano!”

Ognuno accompagnato dalla sua tavola da surf.

 


 

1. DIRITTO AL TEMPO

Ogni cittadino ha diritto a vedere rispettato il suo tempo al pari di quello della burocrazia e degli operatori sanitari.

 

2. DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E ALLA DOCUMENTAZIONE SANITARIA

Ogni cittadino ha diritto di ricevere tutte le informazioni e la documentazione sanitaria di cui necessita nonché ad entrare in possesso degli necessari a certificare in modo completo la sua condizione di salute.

 

3. DIRITTO ALLA SICUREZZA

Chiunque si trovi in una condizione di rischio per la sua salute ha diritto di ottenere tutte le prestazioni necessarie alla sua condizione e ha altresì diritto a non subire ulteriori danni causati dal cattivo funzionamento delle strutture e dei servizi.

 

4. DIRITTO ALLA PROTEZIONE

Il servizio sanitario ha il dovere di proteggere in maniera particolare ogni essere umano che, a causa del suo stato di salute, si trova in una condizione momentanea o permanente di debolezza, non facendogli mancare per nessun motivo e in alcun momento l’assistenza di cui ha bisogno.

 

5. DIRITTO ALLA CERTEZZA

Ogni cittadino ha diritto ad avere dal Servizio sanitario la certezza del trattamento nel tempo e nello spazio, a prescindere dal soggetto erogatore, e a non essere vittima degli effetti di conflitti professionali e organizzativi, di cambiamenti repentini delle norme, della discrezionalità nella interpretazione delle leggi e delle circolari, di differenze di trattamento a seconda della collocazione geografica.

 

6. DIRITTO ALLA FIDUCIA

Ogni cittadino ha diritto di vedersi trattato come un soggetto degno di fiducia e non come un possibile evasore o un presunto bugiardo.

 

7. DIRITTO ALLA QUALITA’

Ogni cittadino ha diritto di trovare nei servizi sanitari operatori e strutture orientati verso un unico obiettivo: farlo guarire e migliore comunque il suo stato di salute.

 

8. DIRITTO ALLA DIFFERENZA

Ogni cittadino ha diritto a vedere riconosciuta la sua specificità derivante dall’età, dal sesso, dalla nazionalità, dalla condizione di salute, dalla cultura e dalla religione, e a ricevere di conseguenza trattamenti differenziati a seconda delle diverse esigenza.

 

9. DIRITTO ALLA NORMALITA’

Ogni cittadino ha diritto di curarsi senza alterare, oltre il necessario le sue abitudini di vita.

 

10. DIRITTO ALLA FAMIGLIA

Ogni famiglia che si trova ad assistere un suo componente ha diritto di ricevere dal servizio sanitario il sostegno materiale necessario.

 

11. DIRITTO ALLA DECISIONE

Il cittadino ha diritto, sulla base delle informazioni in suo possesso e fatte salve le prerogative dei medici, a mantenere una propria sfera di decisionalità e di responsabilità in merito alla propria salute e alla propria vita.

 

12. DIRITTO AL VOLONTARIATO, ALL’ASSISTENZA DA PARTE DEI SOGGETTI NON PROFIT E ALLA PARTECIPAZIONE

Ogni cittadino ha diritto a un servizio sanitario, sia esso erogato da soggetti pubblici che da soggetti privati, nel quale sia favorita la presenza del volontariato e delle attività non profit e sia garantita la partecipazione degli utenti.

 

13. DIRITTO AL FUTURO

Ogni cittadino, anche se condannato dalla sua malattia, ha diritto a trascorrere l’ultimo periodo della vita conservando la sua dignità, soffrendo il meno possibile e ricevendo attenzione e assistenza.

 

14. DIRITTO ALLA RIPARAZIONE DEI TORTI

Ogni cittadino ha diritto, di fronte ad una violazione subita, alla riparazione del torto subito in tempi brevi e in misura congrua.

 

CARTA DEI DIRITTI DEL PAZIENTE IN EUROPA, 2002

4 commenti su “CONVALESCERE – QUANDO LA TUA CORSIA NON E’ IN PRIMA LINEA

  1. Cara Fausta, hai iniziato ad esprimere il disagio e la sofferenza di chi
    vive una situazione di malattia in ospedale e l’hai espressa con la poesia….l’arte di raccontare in versi, sensazioni profonde e drammatiche di vita vissuta in questa particolare condizione di pesante difficoltà. Ed è x me molto commovente ed emozionante come hai creato queste rime.
    Inoltre, è una tristezza sapere che dovremmo avere sempre…. ma soprattutto in casi di necessità come quando si è ammalati o comunque bisognosi di aiuto da parte di persone che ,”avrebbero” scelto come lavoro proprio l’aiutare il prossimo, ed invece vengono a mancare proprio questi diritti che tu hai elencato con precisione. La sanità presentava già in passato molte lacune e certo dopo il covid le cose sono peggiorate di molto , ora regna una gran confusione negli ospedali e purtroppo c’è chi lavora con menefreghismo dimenticando che ha fatto giuramento quando ha intrapreso la professione di medico. Sicuramente il problema è al vertice e scende sino in corsia anche x le situazione piu ovvie e le necessità primarie … dell’ ammalato.
    Grazie x aver evidenziato questo problema che ci riguarda tutti.

    1. Cara Paola, ho letto con attenzione il tuo commento, ti dirò di più, ho preso a leggerlo, via via, in un crescendo insolito di emozione, commozione e per finire di gratitudine…sono franca con te, speravo , mi auguravo, ci fosse un seguito maggiore di interventi, consideravo l’argomento arduo quanto vuoi, difficoltoso da affrontare per i contenuti spesso ansiogeni, dolorosi , rattristanti, pertanto assai poco compatibili con i periodi di giusto relax e di meritata vacanza in corso contemporaneamente, ma vedi la malattia piccola o grande che sia non rispetta i tempi del calendario che ci è abituale…viene e basta, ti colpisce piano piano o ti mette in ginocchio, quando magari meno te lo aspetti…come è accaduto a me. Tu hai mostrato un doppio coraggio: sei andata controcorrente e hai trattato direttamente il tema del componimento, lo hai letto in profondità., lo hai compreso. Ti chiedi e mi chiedi come io faccia a scrivere quando ho molto dolore e sto veramente male, vedi non è in quei momenti che mi viene da scrivere, di fatto ciò avviene quando il dolore, un poco come la marea, ha già inondato il corpo, ma lentamente e fortunatamente se ne sta andando… è in quel momento che ti viene il desiderio di scrivere, di descriverlo, quindi diciamo che in molti casi il dolore può diventare fonte di ispirazione e di eventuale scrittura ma non nell’immediato, un poco dopo, quando la sua presenza ostile è ancora vivissima ma non più offensiva, nemica, e sai cosa succede veramente in quell’istante? La sofferenza andandosene ti lascia dentro parole e parole che tu non puoi fare a meno di considerare e di mettere insieme per darvi un senso, un senso, in questo caso specifico, al dolore, alla sofferenza dell’infermo che come accade di fatto, viene sottoposta ad lavorio che si conclude in un componimento che dà sollievo. Fa trasparire e fa distinguere tra sofferenze fisiche che sono proprie di ciascun individuo, singolarmente preso e le sofferenze a cui lo stesso può sopperisce e quelle per cui viene invece considerato malato e in quanto tale bisognoso di cure che il malato da solo non si può dare, è debole troppo debole per farlo, tuttavia e per fortuna, in certe condizioni, esse possono essergli offerte convenientemente e miratamente dall’esterno, per meglio dire in luoghi adatti. Anche qui tu hai colto il punto della fragilità, il curare e il prendersi cura dei malati, due aspetti importanti egualmente, ossia il curare è vitale, fondamentale senza dubbio, ma anche il prendersi cura non è meno vitale…diciamo che si coniugano in modo indissolubile? Questa resta una domanda ancora aperta, non ritieni anche tu…per adesso… ? Grazie del tuo commento che mi ha aiutato ad approfondire, ampliare e leggere i miei pensieri sul tema da ottiche differenti.

      Ciao, Fausta

  2. Cara madrina sono felice che tu abbia apprezzato il mio commento…mi auguro ci sia un seguito di commenti , nonostante il periodo di vacanza…da parte di persone che ti pensano…. La malattia e la sofferenza
    non vanno in vacanza, come giustamente dici…purtroppo. Sono felice che tu abbia voglia e desiderio di scrivere sono convinta che esprimere il proprio dolore aiuti ad esorcizzarlo, in parte, condividerlo, aiuti a non sentirsi soli e a dare un senso a quello che ti è accaduto… posso solo immaginare che sia stata per te come una doccia ghiacciata nel bel mezzo del sereno, o cmq della normale quotidianità con i suoi problemi… ma non dell’entità di quest’ultimo così invasivo.
    Sono anche certa che con la tua determinazione e forza, che hai con te, riesca, anche se, con non poca difficoltà e fatica , a
    superare tutto quello che ancora dovrai….E.. ..ce la farai! Lo sò x certo!
    Ti penso, a presto.
    Ciao, Paola .

  3. Cara Fausta,
    ho riletto i tuoi versi per la seconda volta. Non avevo scritto alcun commento la prima, non ero riuscita. Il rispetto per quello che stavi vivendo e stavi soffrendo mi aveva addolorato e le parole non volevano uscire, i pensieri non riuscivano ad esprimersi.
    Arrivi al profondo di chi legge e pare di sentire il Tuo, il Vostro dolore in quell’oceano dove non c’è alcun barlume di terra alla quale puntare e nessuna onda che ti possa aiutare a spostarti. La calma piatta che potrebbe calmare gli animi, rende invece più difficile e complicato sperare.
    Non pare possibile sopportare a lungo una situazione così difficile di isolamento in un luogo dove si dovrebbero ricevere cure, consolazione, risposte, attenzioni e sentire che si può e si deve sperare perché qualcuno ti sostiene e ti indica la direzione.
    I tuoi versi, Fausta, portano ad immaginare con forza ciò che hai vissuto ed è terribile, ma anche ammirevole, quanto tu riesca ad esprimere.
    Il tuo coraggio e la tua determinazione ti porteranno a raggiungere la terraferma superando ogni avversa difficoltà, lo crede e lo spera chiunque leggerà i tuoi versi.
    Un abbraccio Fausta

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