La collega tatuata – Margherita Oggero (scrittrice e insegnante)

La scrittrice mette al centro del romanzo una “profia come lei”, una donna di mezza età con una famiglia normale nel senso dell’uso corrente del termine, mi spiego meglio: figli rompiscatole e marito perennemente polemico e insofferente verso la cucina frettolosa di una donna che lavora dentro e fuori casa. Quando a scuola arriva una nuova collega bionda bella magra elegante e ricca in più di nobile origine, di nome Bianca de Lenchantin la protagonista non la trova per niente simpatica tanti i motivi quanti gli aggettivi elencati sopra su cui ne spicca uno in particolare: la collega, a differenza sua, non ama i cani. Solo quando Bianca viene uccisa, senza nessun apparente motivo, la nostra protagonista trova il modo di sfoderare il suo indubbio talento investigativo. Anche perché al caso sta lavorando anche un commissario di polizia, uomo di fascino e di cultura. Il romanzo incomincia ad assumere d’ora innanzi lo stile e l’andamento di un giallo alla vecchia maniera, in cui troviamo che ad investigare sono persone che non c’entrano per nulla con tale attività svolta intorno all’omicidio e che tutta l’azione si svolge in un unico contesto: la città di Torino e i suoi dintorni.

La Oggero usa una scrittura molto particolare, con un uso delle virgole e della punteggiatura che richiede al lettore almeno una ventina di pagine iniziali per riuscire ad abituarsi. Bisogna avere pazienza, aspettare, entrare nel meccanismo singolare del suo stile che può essere facile o meno da incontrare, può piacere o meno.

Bianca viene assassinata, una ricca, bella e un po’ snob professoressa di Inglese, sposata con un industriale molto più vecchio di lei, anche più brutto e grezzo. Questi elementi iniziali portano la protagonista, professoressa di lettere nella stessa scuola, a etichettarla semplicemente con il termine ricorrente nel gergo contemporaneo ma di certo non lusinghiero di “stronza”. Lo fa prima che la poveretta muoia ma anche dopo le riesce difficile dimenticarsene. La curiosità alla fin fine la vince su tutte le resistenze e la donna comincia ad indagare a modo suo, facendosi aiutare da una serie di conoscenze e amicizie un po’ pettegole che la conducono ad arrivare vicinissima alla verità. Verità cui piano piano arriva anche Gaetano, l’affascinante commissario che si occupa delle indagini poliziesche e con cui la donna intesse una relazione seduttivo-sensuale cui darà una svolta platonica, risolutiva, per amor di pace…coniugale.

Il punto di forza di questo giallo per me non sta nella trama, compressa e complessa, non sempre immediata da seguire, ma nei personaggi: la profia investigatrice è caustica, irriverente e spiritosa. Il marito Renzo, è il prototipo di un rapporto coniugale pluridecennale ormai ridotto a sola abitudine e qualche svogliata carezza come direbbe De Andre’, il bassotto Potti che si vendica della mancanza di attenzioni facendo pipì ovunque e riducendo in coriandoli i cuscini del salotto, la piccola Livietta una bambina supercinica e super divertente in grado di tenere testa a tutti a parole e se serve solo a calcioni, infine l’anziana madre che mangia solo sofficini. Concludendo non mi resta che sottolineare questi particolari, leggendo il libro un po’ ho riso, un po’ mi sono persa mei numerosi ragionamenti della profia e nelle altrettante fitte citazioni letterarie infine ho avuto modo di confrontarmi con gli ambienti strettamente torinesi e sui torinesi (incontrati negli anni universitari). Ma sono davvero così come lei li descrive? Silenziosi e riservati, all’apparenza, ma portinai e pettegoli per natura? Snob e semplici insieme? L’impatto per me è stato positivo specie per il disclaimer iniziale.

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