WILD

di Cheryl Strayed (2012)

 

Una premessa inusuale per una recensione particolare e doverosa rivolta a tutti i malati nel corpo e nello spirito.

 

Chi ha steso la presente recensione si è trovata, non molto tempo fa, in un ospedale, supina su di un letto per molti mesi, vie più immobile e disfatta; in ogni giorno che passava sul diagramma ai piedi del letto, si disegnava un tratto faticoso del suo viaggio sulla “cresta della malattia”, distesa e ridistesa da mani straniere su strati sovrapposti e infiniti di lenzuola bianche, zuppe di anonimato, fitte di solitudine acre, “che sapevano solo di liscivia e disinfettanti”.

Immobile, con lo sguardo fisso in alto, giorno e notte, ha puntato gli occhi sull’unico firmamento possibile, il soffitto sovrastante, bigio e glaciale come riesce ad essere solamente certo cielo, inospitale e freddo, dell’inverno e per questo altrettanto inespugnabile, impossibile o quasi da raggiungere fisicamente, tangibile solamente dallo sguardo e dalla mente, eppure non per questo meno intensamente desiderabile e ambito dal cuore.

E’ in momenti come quello appena sopra descritto che  si attiva l’azione, l’unica permessa, priva di fisicità, semplicemente mentale, di arrampicarsi, elevarsi, spingendosi e tendendosi verso, faticando comunque allo stremo delle forze per arrivare lassù, per camminarvi sopra, per attingere con mani congelate la neve della cima più elevata e da là guardare il fondo valle; il panorama sottostante diventa allora l’unica occasione vitale che resta da visitare, da provare, da tentare per ritornare a vivere.

Decidere di assumere su di sé un’impresa che appare irrealizzabile ma non per questo meno desiderabile. Camminare unicamente con lo sguardo che è, insieme, degli occhi e della mente, arrivare sin lassù e magari da lì, proprio da quell’alto lì, spericolato, riconsiderare nuovamente tutto il proprio di sotto, il laggiù, il lontano con i suoi significati passati ma tuttora ancora presenti. Da quelle vette algide scorgere, finalmente, nette ma non più spietate, le attorcigliate sofferenze dell’animo, sfiorarle con gli occhi e senza la paura di cedere al non farcela, accompagnarle nel loro disfarsi, nel loro perdersi, a poco a poco, nel loro sparire dentro i crepacci numerosi del corpo; abbracciare con lo sguardo la rabbia e il suo acuto dolore mentre scappano via e liberano le vene, le arterie e i nervi, dai loro aspri grumi rappresi di sangue e di bile…

Lasciare sciogliere e scorrere la linfa vitale come accade per i ruscelli che sgorgano dai ghiacciai, non impedire che bagni le rocce ruvide e taglienti delle delusioni, i dirupi scoscesi degli inganni, la aggressioni feroci delle perdite e dei lutti, le insidie dei molteplici sentieri di vita rischiati pericolosamente e magari a lungo frequentati, resisi oramai stretti, violenti, irti di insidie; accorgersi come, nel tempo lungo del percorso e dell’ascesa personale, apparentemente inconscio cieco privo di sosta, si faccia pian piano strada e recuperi la sua piena e lucida chiarezza l’ostinato bisogno del ritorno alla forza della speranza con la sua caparbia eppur salvifica insolenza di impeto insopprimibile che, raramente si prostra al fallimento e che banalmente indichiamo, talvolta, con il titolo e i contenuti di una canzonetta banale, di musica leggera di qualche tempo fa intitolata “la forza della vita”.

L’occasione di questa recensione mi è grata perché mi permette di ricordare, con riconoscenza, un’infermiera dell’ospedale, di cui sopra, nel quale sono stata a lungo ricoverata, che si è presa cura di me inserendo, proprio in ragione e in forza di questo suo prendersi cura di me, il suggerimento di leggere Wild, pertanto…

Grazie, infermiera Maddalena!


Wild è il libro che parla di un viaggio, realmente compiuto dall’ Autrice, sulla PCT, ossia la Pacific Crest Trail, un ininterrotto sentiero che si estende, nella natura, dal confine messicano in California fino a poco oltre il confine con il Canada, lungo la cresta di ben nove catene montuose: Laguna, San Jacinto, San Bernardino, San Gabriel, Liebre, Tehachapi, Sierra Nevada, Klamath, Cascate, per una distanza che, in linea d’aria, si estende per milleseicento chilometri ma, nella realtà, il sentiero è lungo più del doppio.

Per realizzarlo si devono percorrere almeno tre stati: la California, l’Oregon e Washington passando in mezzo, o attraversando diagonalmente, grandi parchi nazionali, aree selvagge, territori federali, tribali e privati, ma non solo, vi si comprendono e aggiungono anche attraversamenti di deserti, di foreste pluviali, superamento di fiumi, di autostrade e di montagne imponenti incontrando, pertanto, ogni tipo di rischio e di pericolo cui non sfugge neppure la scrittrice, protagonista del libro che, pure, il viaggio sceglie di compiere, in un momento particolare e ben definito della sua giovane vita, in compagnia solo di se stessa.

Occasionalmente, lungo la strada, si incontra e si intrattiene, per breve tempo, con altri viaggiatori come lei, ma, ogni volta, ella preferisce restare da sola e proseguire da sola il cammino anche se più volte viene invitata caldamente ad unirsi. Quasi tutti gli occasionali compagni di viaggio o le comparse estemporanee alle varie soste previste dall’itinerario, si stupiscono della sua camminata solitaria, la indicano come l’unica donna a coprire il PCT, la mettono in guardia, sottolineandone le difficoltà e i rischi e si prodigano in consigli, in suggerimenti e in taluni casi anche in insegnamenti pratici spiccioli, sia pur ritenendola, comunque, persona addestrata, mentre fanno e dicono tutto questo per e di lei in quanto una donna, lei tace loro la sua quasi totale inesperienza in materia e le ragioni vere del suo proposito.

Lei resta, sino alla conclusione del viaggio, caparbiamente determinata a continuare l’intrapreso, nonostante i provvidi avvertimenti dei più esperti e quantunque sia pienamente consapevole delle gravi e reali difficoltà che detto viaggio comporta. Consapevolezza e determinazione la caratterizzano anche nei dubbi, nelle incertezze, nei timori, negli sconforti collegati alla realizzazione presente del suo cammino, ma anche negli agguati improvvisi dati da pericoli reali ma anche e soprattutto da flash-back, da ritorni di antiche angosce sepolte dentro a ricordi infantili, dallo smarrimento avvertito nel recente provocato divorzio dal marito, ma soprattutto da un lutto devastante e mai elaborato per la morte della madre; come nemici, tutti assieme, assediano spesso la sua mente, specialmente di notte.

Quando cala il buio sulla sua risoluta decisione di vivere dentro la solitudine diurna, ella si accomoda, alla meno peggio, nella sua tenda, un fragile ma emblematico riparo per il riposo del suo corpo percorso dai lividi, fustigato dalle fatiche e martoriato dalle piaghe proprie della pratica escursionistica giornaliera. La sosta notturna, a questo punto, simbolicamente, assume sfumature complesse delicatissime e significative. Essa è molte volte e spesso interrotta dal sopraggiungere reale o solo temuto di spaventosi e inaffrontabili pericoli; la tenda e la piccola lanterna accesa restano l’unico luogo e l’unico baluardo in cui può cercare e trovare alcune fonti privilegiate di rassicurazione, incoraggiamento e conforto.

Queste fonti sono i libri che ha portato con sé, i suoi libri.

Nel suo zaino che pesa più della metà del suo peso e che lei porta quotidianamente sulle sue spalle e che definisce scherzosamente “il suo mostro” lei ha messo l’occorrente per la sua salute e la sua sicurezza personali ma non ha rinunciato ad aggiungervi alcuni dei suoi libri preferiti da cui non ha saputo staccarsi.

Ecco cosa scrive, a questo proposito, in fondo a pagina 138 “… Era doloroso ma andava fatto. Nella mia esistenza normale, pre PCT, avevo amato i libri, ma sul sentiero avevano assunto un significato ancora più importante. Erano il mondo in cui potevo perdermi quando quello in cui stavo diventava davvero troppo solitario, duro o difficile da reggere”.

I libri scelti quali compagni unici di viaggio, quali privilegiati sodali, reclutati a baluardo delle sue molteplici fragilità di bambina cresciuta senza  un padre, a freno delle sue ribellioni dure e violente e delle sue trasgressioni pericolose di adolescente incandescente, a faro per le sue scelte di giovane donna innamorata ma persuasa a chiedere il divorzio nei confronti di un marito che considera del pari giovane e inesperto e che pure confessa di amare ancora, a estrema sicurezza di sopravvivenza nel momento più sconvolgente della sua ancora breve vita: la morte inaspettata e prematura della madre in uno tetro ospedale, morte cui le è impedito di assistere, fattori tutti che si assommano a spiegare e ad aprire riacutizzandoli, forti sensi di colpa, di disperazione  di collera.

Panorama intenso sconfortante sconcertante… ma attenzione… è ai libri, ai romanzi, alle raccolte poetiche cui vanno le sue preferenze e a cui la scrittrice assegna il compito di guida, di consolazione, di sprone nella sua vita presente.

Un esempio per tutti a pagina 80 quando scrive: “Era vero che adesso The Pacific Crest Trail, Volume 1: California era la mia bibbia, ma The Dream of a Common Language era la mia religione. Lo aprii e lessi la prima poesia a voce alta, sovrastando il rumore del vento che frustava la mia tenda. Lo lessi di nuovo, e poi ancora.

Era una poesia intitolata Power, “Forza”.

 

Infine ancora una notazione.

Wild, parla della natura e ce la consegna per i suoi molti tratti assolutamente affascinanti e selvaggi, una natura-madre, che l’Autrice vuole incontrare o re-incontrare nel suo viaggio ma anche soprattutto e specialmente perché vi scopre molto di sé stessa, della donna, della scrittrice che è e che diventerà. In breve, raccoglie la rappresentazione dei suoi sentimenti, delle sue emozioni delle relazioni interpersonali trascorse e recenti ossia quelle che intesse con i rari compagni di viaggio ma soprattutto quelle che ricava dal dialogo che lei stessa compie nel suo intimo, ossia con se stessa. Anche per queste ragioni oltre che per diverse altre nella presente recensione non contemplate, è un libro da leggere.

Il libro affronta diversi temi, mi piace tuttavia sottolinearne alcuni in particolare… per iniziare il rapporto che lega la scrittrice alla madre, si tratta di un sentimento molto forte, intenso, avvolgente come il fascino, altrettanto irrinunciabile… di una madre, affascinante, insostituibile, avvolgente, pervasiva, selvaggia una madre-natura da cui è difficile separarsi senza soffrire ferocemente. La scomparsa della madre segna una sterzata nella sua vita da cui però si riprenderà grazie al viaggio compiuto.

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1 commento

  1. Le parole di premessa alla recensione del libro sono forti, penetrano nella mente e arrivano a toccare l’animo di chi legge. Colpisce la sofferenza descritta ma resta impressa nel cuore anche la forza della speranza cercata in alto, in un cielo freddo e gelido. È in quello spazio che si trova la determinazione per non arrendersi.
    Similitudine e metafora il viaggio che accomuna le due differenti figure protagoniste femminili: chi legge mentre fa il proprio viaggio nella sofferenza della malattia e chi viaggia alla ricerca di se stessa e scrive.
    Sicuramente assale un grande desiderio di cercare, leggere il testo e intraprendere il proprio viaggio virtuale alla ricerca di se stesso.

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