Le città invisibili di Italo Calvino

ITALO CALVINO

La vita

Nasce a Cuba nel 1923 luogo in cui risiedeva e lavorava la sua famiglia.

A tre anni, con la sua famiglia, fa rientro in Italia precisamente nella città di Sanremo dove frequenta la scuola.

Nel 1944 partecipa alla guerra partigiana, un’esperienza che tradurrà nelle sue prime opere.

Nel dopoguerra milita nel Partito Comunista Italiano e si iscrive alla facoltà di Lettere di Torino dove colloca la sua nuova residenza.

Inizia a pubblicare qualche racconto e collabora con la casa editrice Einaudi dove conosce altri scrittori e con cui pubblica “I sentieri dei nidi di ragno”.

Nel 1952 Italo Calvino pubblica “Il visconte dimezzato” che con “Il barone rampante” e “Il Cavaliere inesistente” costituisce la trilogia intitolata “I nostri antenati”.

Nel 1962 conosce la traduttrice argentina Esther Singer che diventerà sua moglie.

Nel 1965 pubblica “Le Cosmicomiche” e poco dopo “T con zero”.

Alla fine degli anni Sessanta va a vivere a Parigi, dove frequenta il gruppo dell’Oulipo(1) che lo interesserà da vicino.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta pubblica le sue opere più importanti tra cui, per l’appunto, “Le città invisibili” e ancora “Il castello dei destini incrociati”, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Muore improvvisamente nel 1985 mentre stava lavorando intorno a “Lezioni americane” per un ciclo di conferenze da tenere ad Harwad che, a seguito della sua scomparsa, usciranno postume.

(1) L’OULIPO è un gruppo di scrittori e matematici francesi. Fondato nel 1960Da R. Queneau e Le Lionnais mira a creare opere usando tecniche di scrittura vincolate a restrizioni ad esempio lipogrammi palindromi, o in riferimento al gioco degli scacchi: le permutazioni e il giro del cavallo.


Le città invisibili di Italo Calvino (1972)

Introduzione alla lettura

Una sperimentazione letteraria tra collegamenti suggestioni miti incanti tonalità slancio poetico. La reinterpretazione del viaggio.

Nel periodo di vita trascorso a Parigi, Italo Calvino ha la possibilità di studiare le teorie della semiotica ossia lo studio di ogni segno linguistico come portatore di significato. Non solo, in questa città, egli ha anche modo di approfondire gli scritti di Roland Barhes rappresentante per eccellenza dello Strutturalismo che considera l’opera letteraria pittorica o filmica come un insieme organico scomponibile in elementi ed unità il cui valore funzionale è determinato dall’insieme dei rapporti fra ogni singolo livello dell’opera e tutti gli altri. Questi studi e questi interessi lo portano a scrivere quelli che, secondo la critica, vengono considerati i romanzi maggiormente rappresentativi della sua poliedrica personalità di scrittore. E’ questo un periodo di intenso quasi frenetico sperimentalismo letterario.

Abbandonata la politica, lo scrittore si concentra interamente sulle infinite possibilità che la letteratura e il linguaggio offrono per raccontare il mondo. Il romanzo “Le città invisibili” rientra in questa fase della sua vita, una fase densa di curiosità di sperimentazione scritturale e di frenetico e intenso lavoro creativo.

Il romanzo “Le città invisibili” viene infatti pubblicato nel 1972, nel periodo in cui Calvino stava sperimentando da qualche anno lo strutturalismo e la semiotica, alcuni critici parlano, a questo proposito, del periodo combinatorio dell’autore. Che cosa sta a significare. Sta a significare che la letteratura diviene un gioco, si fa ludus, ossia una costruzione fantastica prima eretta e poi distrutta. Certamente il romanzo  trasmette questa sensazione e se non rientra propriamente nel genere fantascientifico alla prima lettura così sembra anche se ben presto ci si accorge che non è così. Resta tuttavia un fatto, ossia che fin dai primi capitoli – nove in tutto – la sensazione preponderante che il lettore prova è quella di trovarsi in un mondo alieno, diverso, fantastico, surreale. Marco Polo, l’esploratore veneziano che nel XIII secolo giunse in estremo oriente attraversando lo sconosciuto mondo asiatico si trova al cospetto dell’imperatore Kublai Khan, l’imperatore del regno dei Tartari. Ma l’imperatore Kublai Khan e il Marco Polo creature di Calvino uscite entrambe dalla sua penna non hanno molto in comune con i protagonisti del trecentesco racconto tramandato a noi nei secoli e ben noto a tutti sotto il titolo de Il milione.

E’ vero l’incipit appare lo stesso: l’imperatore Kublai Khan incontra e chiede a Marco Polo di raccontargli il suo lungo viaggio e lo invita a soffermarsi in particolare nella descrizione delle città che ha visitato. Ma il prosieguo della narrazione è ben altro anche da quello che giustamente ci si aspetterebbe da una rivisitazione letteraria. Marco Polo in quanto creatura di Calvino non si limita a fornire una descrizione fisica, esteriore, delle città che incontra, e lo dimostra già a partire dal loro nome. Sono infatti tutte città con nomi di donna e questi nomi di donna non hanno nulla di reale o di storico. Le sue città sono al contrario la descrizione dettagliata   di quello che  viene in mente non a un Marco Polo- nella versione secondo  Italo Calvino-, ma a Italo Calvino stesso  quando  scrive e scrivendo visita e incontra le  sue città reali, ossia più che a una descrizione  si assiste alla creativa materializzazione di  un intreccio,  di un ricamo, si direbbe quasi di un merletto di Burano costituito da fili sottili diversamente colorati dati  da  emozioni, da  pensieri, da suggestioni fantastiche da collegamenti  a suoni  rumori, profumi ,sapori, architetture che ufficialmente sembrano del tutto estranee  al lettore  in quanto appartengono esclusivamente alla creatività  di Italo Calvino  ma che egli porge  al lettore  perché provi e si provi  ma   che egli dona al lettore  con sofisticata maestria e raffinata sensibilità e  consumata  incantevole abilità di scrittore.

Verrebbe da chiedersi perché un viaggio fantasticato dovrebbe essere meno bello di un viaggio reale?

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