Il desiderio di paternità

Genitori

Introduzione alla genitorialità responsabile: tracce per una serie di incontri di formazione psicologica, su ispirazione psicoanalitica, rivolti ai genitori

 

“A un certo punto della loro vita, io credo, la maggior parte degli esseri umani desiderano
avere dei bambini e desiderano anche che i propri figli crescano sani, felici, fiduciosi di sé.
Per quei genitori che ottengono questi risultati le soddisfazioni sono grandi; ma per coloro
che pur avendo dei bambini non riescono a crescerli sani, felici e fiduciosi di sé, le pene
sotto la forma di angoscia, frustrazione, attrito, e forse anche vergogna o senso di colpa,
possono anche essere severe. Impegnarsi a fare i genitori significa perciò mirare in alto.”
(Bowlby, 1988)

Fare i genitori con successo è fondamentale per la salute mentale delle nuove generazioni, è quindi di estrema importanza cercare di comprendere gli aspetti psicodinamici sottesi a questi complessi processi, indagandoli nei loro aspetti normali e patologici.

Le considerazioni che vengono presentate qui di seguito si propongono al lettore/ascoltatore come un piccolo contributo documentato a sostegno della genitorialità responsabile in quanto paternità e maternità responsabili.

LA PATERNITA’

Mi è capitato di rileggere recentemente un libro di Piera Brustia scritto, al contrario, molto tempo fa (1) che tratta, in modo particolarmente accurato e approfondito, la nascita psicologica della genitorialità paterna, un tema, questo, che può interessare e coinvolgere sia chi si prepara a diventare genitore sia chi lo è di già.

Nella prima parte, intitolata “Paternità”, vengono presi in considerazione successivamente tre aspetti dell’essere/diventare padre: il desiderio di paternità, la paternità tra fantasia e realtà e, infine, la psicodinamica della paternità.

Nello scritto presente verrà esaminato, per motivi di spazio, soltanto il primo dei tre aspetti sopra riportati.

Poiché lo studio compiuto dalla Brustia Rutto mi pare conservi tuttora una sua freschezza e una sua attualità insolite, provo a estrarne alcuni brani,a mio modesto avviso, significativi non solo in rapporto al titolo ma anche al fatto che il nuovo secolo pare, da alcuni evidenti suoi segnali, voler riscoprire e riappropriarsi di questo importante e delicato ruolo genitoriale sia pur conferendogli attribuzioni e funzioni nuove rispetto al passato.

L’A. prendendo in considerazione il primo dei tre aspetti dell’essere/divenire padre parte da un quesito fondamentale: c’è nella paternità qualcosa che precede l’esperienza e l’assimilazione dei modelli culturali, qualcosa di paragonabile all’istinto materno? Esiste un istinto paterno, inteso come un comportamento non appreso o insegnato, ma trasmesso, ereditariamente e dunque insito nella stessa natura umana?

Il desiderio di generare una stirpe -si legge- è un istinto fondamentale. Le ricerche hanno dimostrato che l’engrossment va considerato un potenziale innato che sembra trovare

espressione al momento del primo contatto con il neonato. Il termine engrossment, quasi intraducibile, all’incirca significa “occuparsi interamente di qualcosa”, “esserne totalmente assorbiti”, nel senso di una precisa situazione psicologica di assorbimento, preoccupazione e interesse che coinvolge i padri al momento della nascita del loro primo figlio. Si tratterebbe di un potenziale di base innato, ma non si può escludere del tutto una sua interazione con l’ambiente culturale.

Sembra, infatti, che sia presente, sia nel maschio che nella femmina, una predisposizione ad acquisire comportamenti di cura dei piccoli e che solo il condizionamento sociale e culturale faccia prendere strade diverse a questo atteggiamento istintivo che Malinowsky (1927a) faceva risalire alla vita trascorsa con la madre durante la gravidanza in quanto le sole forze sociali non potrebbero imporre tanti obblighi all’uomo, né, senza una forte disposizione biologica, egli potrebbe sopportarli con una spontanea rispondenza emotiva.

Una visione equilibrata, tra le tante posizioni emergenti dal dibattito e dalla ricerca, potrebbe essere quella che considera la paternità come un’interazione reciproca e creativa tra disposizione biologica e condizionamenti sociali e culturali. Il differente comportamento dell’uomo e della donna nella cura dei piccoli, infine, sarebbe il frutto dell’educazione che la storia ci trasmette attraverso la cultura: solo in questi termini, parrebbe possibile che l’uomo possieda una pulsione a essere padre.

Prendiamo ora in esame seguendo le riflessioni dell’A. il primo e fondamentale aspetto tra i tre indicati dall’A. come costitutivi dell’essere/diventare padre: il desiderio di paternità.

Essere e sentirsi padre

Andando oltre l’esistenza o l’assenza di una qualche forma di istinto paterno, un tema su cui, come si è già visto, non si hanno conclusioni univoche e scientificamente attendibili, sembra importante soffermarsi su una distinzione fondamentale che in parte consegue a quanto già accennato sopra: il genitore biologico può essere diverso dal padre. La paternità non si identifica con la procreatività biologica: infatti può esercitare funzioni paterne e può provare sentimenti paterni anche un uomo che non ha figli.

La paternità può essere intesa come la somma di educazione, di protezione, di affetto, guida e approvazione, dati dal padre al/alla figlio/a; è la sua capacità di dare amore e di farsi amare, di essere emulato, ammirato, obbedito volontariamente dal/dalla figlio/a non per costrizione o timore o, peggio ancora, per compiacenza.

Papà sembra essere colui che insegna e tiene per mano il/la figlio/a nel cammino verso il mondo, più che il genitore-generatore.

This(1980) precisa, a questo proposito, che il genitore non è il padre simbolico: il primo, ossia il genitore, si limita a donare il liquido seminale, il secondo, ovvero il padre simbolico invece va ben oltre; infatti egli riconosce il/la bambino/a, dà il nome al /alla bambino/a, gli/le conferisce esistenza di bambino/a in quanto soggetto di un desiderio più che oggetto di una fabbricazione. Se generare è un fatto di natura, la nascita è un fatto di nominazione perché la paternità si stabilisce con il dono di un nome e con il riferimento al padre. Il bambino è legittimato a esistere solo quando la sua nascita acquista significato attraverso la nomina di un padre e la sua nomina in quanto figlio di un padre. L’arrivo di un bambino permette uno

spostamento fondamentale nella gerarchia familiare : “il figlio diventa padre e il padre diventa nonno”.

Significativa è anche la distinzione tra essere padri e sentirsi padri, vediamola brevemente.

Essere padre è un fatto che trova due riferimenti: il dato biologico della fecondazione e le funzioni che la collettività familiare e sociale attribuisce allo stato di padre. Essere padre è essere in relazione di genitorialità con il generato. L’altro polo, il sentirsi padre, è molto più complesso. Decidere di mettere al mondo un figlio, percepirne la prima crescita nell’utero della donna, sono compiti psicologici sofisticati e peculiari che mettono la mente in condizione di porsi in relazione con ciò che non è soggettivamente percettibile; significa stabilire una relazione cognitiva e affettiva di attaccamento mentale prima che fisico, significa anche per il padre fare posto nella sua mente per il/la figlio/a. Questa è la gravidanza dell’uomo. Essa si fonda sul contributo dell’uomo, divenuto padre, a costruire lo spazio mentale, oltre che individuale, all’interno della famiglia perché il nuovo nato vi si collochi e dove si possa pensare a lui nei suoi bisogni fondamentali per riconoscerli, accudirli, nutrirli, più in breve, per farlo dimorare nella famiglia e, dunque, per farlo esistere nella famiglia che è poi dargli esistenza, l’esistenza.

Il modo migliore per prepararsi alla paternità, di essere padre dovrebbe essere quello di approfondire e maturare il proprio sentirsi padre. Dal punto di vista psicologico, l’essere padre potrebbe essere definito come un modo, il principale, per definire la propria identità.

La centralità della paternità non sembra dipendere dall’effettiva paternità biologica, dall’avere effettivamente un figlio, la paternità può essere considerata una costruzione psicologica individuale, indipendente dall’effettiva genitorialità.

La figura paterna e la funzione genitoriale paterna, inoltre, non sono coincidenti. La prima risponde a una percezione propria del padre che viene indicata dalla cultura in cui si vive, mentre la seconda è il modo intimo, personale, unico, di vivere e tradurre in realtà e consistenza concrete e reali la propria paternità.

Funzione genitoriale paterna è ciò che il padre sente di dover fare, è la sua risposta emotiva e riflessiva ai bisogni del/ della figlio/a, è una disposizione interiore precedente all’esperienza e che si attiva nell’esperienza.

Dove nasce la capacità paterna

Si ritiene che la paternità possa essere considerata come il risultato di un importante processo evolutivo. Un processo che ha inizio fin dall’infanzia, che ha le sue fasi salienti e che si protrae lungo tutto il cammino della vita senza interrompersi mai.

Si ritiene possibile rintracciare nell’infanzia i primi nuclei della capacità paterna, in particolare in quella fase dello sviluppo infantile nota come fase edipica collocata tra i 3 e i 5 anni. Tuttavia, quello che pare decisivo è, in un secondo tempo, lo sviluppo di processi identificatori e imitativi con ambedue i genitori. Come terzo ordine processuale strettamente collegato con i due precedenti è il suo ingresso nella relazione a tre: la coppia genitoriale e lui come bambino/figlio.

In questa fase processuale egli non riconosce più solo relazioni a due, con la madre e con il padre, perché incomincia a prendere consistenza una terza forma di relazione costituita dalla coppia genitoriale. Il processo di elaborazione mentale che il bambino compie nella relazione a tre gli permette di arrivare a concepire, ad esempio,la procreazione come frutto di un rapporto di coppia adulto.

Ma non è l’unica conquista, in quanto il far parte di una relazione a tre lo spinge a compiere importanti esperienze , lo fa entrare a far parte di un vero e proprio gruppo sociale, con processi di competizione e cooperazione, ma soprattutto realizza un ridimensionamento di quella onnipotenza tipica delle sue fasi più immature, in cui le relazioni erano prevalentemente a due. Il bambino maschio inoltre può realizzare una certa forma di apprendimento emotivo e cognitivo, sulla base del modello costituito dalla coppia genitoriale, circa il suo rapporto con la femmina. Le identificazioni avvengono allora con il padre e con la madre come coppia, oltre che come singoli genitori.

Studiosi come Ackerman(1958) sottolineano che nel condizionamento emotivo della fanciullezza hanno una specifica importanza l’immagine che il padre si è fatto della propria famiglia d’origine, il tipo di uomo che é stato il proprio padre , il modo con cui questi esprimeva la sua virilità nelle relazioni coniugali e nell’adempimento dei doveri quotidiani, il modo in cui si rifletteva nella famiglia l’immagine del suo ruolo di uomo nel mondo esterno.

Dunque, l’identità emotiva del giovane padre con il proprio padre negli anni della fanciullezza influenza profondamente l’immagine del suo Sé maschile una volta raggiunta l’età adulta, una volta che anche lui diventa padre.

Per costituire un’identità maschile veramente preparatoria alla paternità, sembra assolutamente necessario che essa comporti anche lo sviluppo dell’esperienza della “preoccupazione”.

Per Winnicott (1965) preoccuparsi si riferisce al fatto che l’individuo si prende cura o prova apprensione per qualcuno e ne sente e ne accetta pienamente le responsabilità. Dal punto di vista della teoria dello sviluppo si potrebbe dire che il preoccuparsi fonda la famiglia stessa, in quanto porta entrambi i partecipanti al rapporto sessuale ad assumersi , al di là del proprio piacere, le responsabilità delle conseguenze di esso. La preoccupazione sembra costituire uno sviluppo del sentimento di colpa, se il sentimento di colpa sorge all’idea di aver danneggiato la persona amata, la preoccupazione segna un passaggio ulteriore, in quanto è in relazione positiva con il senso di responsabilità avvertito dall’individuo.

Se un bambino diviene consapevole che può chiedere il soddisfacimento di un bisogno perché si sente in grado di dare qualcosa in cambio, questa forma iniziale di reciprocità gli permette di non sperimentare eccessivamente il senso di colpa nei suoi effetti schiaccianti e una volta adulto, si impegnerà, in modo più soddisfacente, nell’esercizio della preoccupazione e dell’ assunzione di responsabilità verso il/la proprio/a generato/a.

Inoltre, lo sviluppo della capacità di lavorare rappresenta un ulteriore prerequisito per il raggiungimento di una fase adulta della paternità. Il mondo del lavoro ha per l’uomo un significato del tutto particolare: gli permette di raggiungere obiettivi importanti, di riconoscersi come sostegno economico alla famiglia, di garantire a questa uno status sociale e culturale il più possibile soddisfacente, di realizzare in parte i propri bisogni legati

alla produttività. Il lavoro infatti sembra avere per l’uomo il significato di sostituto della procreatività femminile.

La paternità come processo evolutivo

Sembra essenziale che l’uomo, a un certo punto del suo sviluppo, entri in quella disposizione mentale che Erickson(1950) chiama la caratteristica della fase generativa dello sviluppo. L’uomo maturo, ossia l’adulto maturo, ha bisogno che si abbia bisogno di lui e la maturità ha bisogno di essere guidata e incoraggiata da ciò che è stato prodotto ( il/la figlio/a) e di cui bisogna prendersi cura. La generatività è anzitutto la preoccupazione di creare e guidare una nuova generazione nella crescita. Perché un uomo entri in questa dimensione generativa è necessario che abbia acquisito sin da piccolo la capacità di preoccuparsi, che da adulto sia abbastanza poco preoccupato di sé da potersi preoccupare di un altro e viva il rapporto con l’altro come un’espansione della propria persona e dei propri interessi e non come un peso o un ostacolo nei riguardi della sua individualità e delle eventuali problematiche irrisolte.

Il figlio/a che prende origine dal rapporto di tipo generativo non diventa una duplicazione di sé o della partner ma qualcosa di nuovo per lui, il frutto creativo di un’unione di cui l’uomo, il padre, si sente responsabile.

Al momento del concepimento l’uomo può essere entrato o meno in questa fase. La gravidanza della madre rappresenta un evento critico che può inserirsi in pieno in questa fase generativa oppure può verificarsi molto prima che essa si sia veramente sviluppata.

Alcuni uomini non entreranno mai in questa fase generativa, altri pur assumendo questa disposizione generativa non potranno mai esprimerla in un concreto atto procreativo a favore del/della figlio/a.

Per essere psicologicamente un buon padre, l’uomo deve avere nello specifico accettato anche le proprie tendenze passive femminili e materne, in modo di non avere bisogno di sostituirsi alla moglie nel prendere in carico il /la figlio/a: deve , in poche parole, essere soddisfatto del suo essere uomo e godere di essere marito e padre; va detto, tuttavia, che non tutti gli uomini riescono a portare a termine questo delicato obiettivo. Se l’obiettivo-compito invece sarà condotto a termine, pienamente, quanto maggiore sarà l’accordo interpersonale tra i due neo-genitori tanto più facilmente l’uomo giungerà a riconoscere la sua paternità come un processo di coppia e si sentirà strettamente coinvolto nelle vicende della madre e del bambino di cui si farà responsabilmente carico in continuità.

(1) Brustia P., Genitori.Una nascita psicologica.(1996)Bollati Boringhieri, Milano.

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