I cani e i lupi di Irene Nemirovsky

GLG: INCONTRO DI LETTURA DEL 06-11-2018

Autrice: IRENE NEMIROVSKY (Kiev, 1903 – Auschwitz, 1942)

Libro letto: I CANI E I LUPI (tracce di pensiero per una recensione)

Riassumo, cari amici del gruppo di lettura, quanto ho letto e nella lettura vissuto a proposito dell’ultimo libro compiutamente da Irene terminato di scrivere e dato quindi alle stampe, lei ancora in vita, col titolo di “I cani e i lupi”.

Irene ebrea, nata in Russia e quindi da qui emigrata in Francia, in questo libro ci racconta la storia di Ada e dei suoi cugini Ben e Harry. Ma è come, così mi è parso, se ci parlasse di sé stessa; i tre protagonisti (in realtà, esiste una terza cugina, di nome Lilla, la cui rilevanza è, tuttavia, secondaria al nucleo centrale del libro) che vengono accompagnati dalla preadolescenza all’età adulta, sono nati, come lei, in Russia e come lei sono emigrati in Francia.

Ada viene al mondo stando in basso; il padre è un ebreo povero che la porta con sé per le strade gelate della città di Kiev nel continuo girovagare che la sua professione di procacciatore di affari gli impone. Ada è orfana di madre. Questi suoi giri in strada con il padre terminano bruscamente con l’arrivo in casa della zia Raisa, rimasta vedova con due figli da sfamare e crescere, il più giovane dei due, Ben, diventerà assai presto l’amico ed il compagno di giochi di Ada.

L’altro cugino di Ada vive invece sul versante opposto della città; Harry è infatti il rampollo della famiglia più illustre della città; vive nell’agio, protetto dai familiari tenuto nella bambagia in modo che non venga a conoscenza di come vivono gli altri ebrei in città, quelli, e sono la maggioranza, meno fortunati. Un giorno Ada e Ben messi in fuga dal loro quartiere basso in quanto vi è in atto un pogrom, spinti dalla fame e dal timore per la loro stessa sopravvivenza, si intrufolano nella casa di Harry (portano anche loro il suo stesso cognome: Sinner) e qui Ada ha la sua rivelazione (direi il suo sogno, la sua fiaba della vita), non si innamora del lusso che vede, del tepore della casa che avverte o del buon cibo che vi gusta, ma di Harry e lo fa con tutta se stessa e per sempre.

Dopo parecchi anni, per motivi diversi, i tre, oramai giovani adulti, si ritrovano a Parigi. Ada e Ben continuano a vivere di espedienti, Harry a condurre la sua vita agiata. Sarà la caparbietà di Ada a far capire al ricco cugino che esiste anche il mondo dei poveri entro il quale sussistono gli stessi sentimenti presenti nell’alveo dell’alta società, resi magari più espliciti e più esagerati dalla disperazione e dalla miseria. In questo modo il ricco Harry conoscerà l’amore segreto di Ada per lui, cederà anch’egli alla passione iniziando, benché già sposato con una di pari censo, una relazione segreta con lei. Come lui, anche Ada è già sposata, con il cugino Ben che ella non ama e che, venuto a conoscenza del legame nato tra lei e Harry, inizierà ad odiare il rivale in amore e a tramare in ogni modo contro di lui. Anche Harry gusterà, alla fine del romanzo, proverà il sapore amaro della polvere divenendo a sua volta povero.

Irene N. tratteggiando questi personaggi conferisce loro alcuni suoi tratti personali che abbiamo imparato a essere suoi propri, distintivi e caratteristici, in ragione di altri suoi romanzi; in particolare c’è un’evidente identificazione di lei con Ada cui attribuisce un grande talento di pittrice, un talento che si manifesta, nella sua massima espressione, nel dipingere   scene di vita comune proprie e specifiche della società ebraica in cui lei aveva vissuto in Russia. Anche la scrittrice, come Ada, aveva il grande talento di descrivere la popolazione ebraica e il libro ne è la dimostrazione. Qualcuno ha notato che forse in Ada c’è molto più di Irene di quanto non vi sia generalmente di ogni autore nei personaggi delle sue opere. Nel romanzo la società ebraica è trattata con asprezza come solo un appartenente alla medesima estrazione, quindi profondo conoscitore di sé e dei suoi consimili, può permettersi di fare. Più che di antisemitismo di cui è stata accusata da più parti dalla critica che l’ha addirittura avvicinata all’ebreo che odia se stesso, a me francamente, in questo libro, è parso, quindi lo riprendo, che la scrittrice, profonda conoscitrice dell’animo umano e di quello del suo popolo, ne abbia piuttosto voluto sottolinearne lucidamente i vizi ed i difetti sferzandoli con il rigore etico che talvolta è proprio di chi ha comunanza ed appartenenza quindi conoscenza partecipe  ma non intende per questo assolvere ed assolversi ossia rinunciare ad un doveroso e spietato esame di coscienza su ciò che  non va, su ciò che non ha nulla a che spartire con l’ etica vera ossia con il  comportamento etico che dovrebbe contraddistinguere sempre il rapporto tra gli esseri umani. Qualcosa di simile anche se i toni i contenuti ed i modi sono assai più attenuati e trattenuti volutamente fa anche Rosetta Loy in molti suoi scritti in primis ne La parola ebreo quando descrive i difetti e le omissioni di tanta parte dell’Italia cattolica che si rese indifferente e poi complice delle leggi razziali e delle deportazioni nei campi di sterminio di ebrei italiani. Irene è decisamente più netta e fustigatrice della Loy, fa un quadro, se vogliamo, impietoso, senza nessuna tinta di comprensione o di indulgenza, un quadro spietato, se così si può dire, del popolo cui lei stessa fa parte. Un popolo sempre in movimento, da millenni, con regole implacabili al suo interno che rendono ciascun componente capace di agire ora con la massima generosità e dolcezza ora con la più bieca crudeltà. I cani e i lupi del titolo, non sono due gruppi distinti, ma in tutta la vicenda del libro, come in tutta la storia del popolo ebraico, gli uni tendono a trasformarsi negli altri.

L’altro lato della società, quella non ebrea, questa sì che, a mio avviso, viene invece sia pure velatamente accusata di antisemitismo nel libro. Harry, sebbene enormemente ricco, come figlio e nipote di banchieri, giovane brillante e ben inserito nella società parigina, nel momento in cui chiede la mano di quella che diverrà sua moglie, la ricca gentile francese Laurence, incontra la fiera resistenza del padre di lei, per motivi squisitamente razziali.

Il finale del libro vede Ada esiliata dalla Francia; suo marito Ben che ha commesso illeciti nel mondo della finanza lavorando alle dipendenze dei due anziani zii banchieri di Harry fugge dalla Francia mentre lei è condannata all’esilio. Questo esilio appare da un lato come un tetro presagio, conoscendo come si concluse la vita della scrittrice; ma anche un auspicio, o forse solo un tentativo atto a gettare anche su un fatto tanto tragico una luce di speranza. Irene infatti fa nascere in questo desolato contesto di esilio, in una non precisata città orientale, un bambino, il figlio suo e di Harry. Una nascita che nell’economia dell’intero libro intende sottolineare un dato di fatto ossia che l’esilio cui il destino ha condannato gli Ebrei costituisce anche la loro vera forza, vivere costantemente in esilio e l’esilio stesso ha conferito loro la capacità di essere a casa dovunque il destino li porti. Sanno da sempre di non averne una precisa, di non appartenere a niente e a nessuno, di essere sempre in attesa, sempre in procinto e mai in approdo, di giungere alla terra promessa, eppure si fanno forti proprio per e di questa loro estraneità, di questa loro non appartenenza, di questo loro stato di apolidi per recuperare forza una speciale caparbia capacità di resilienza. E’ curioso rendersi conto come il suo stato di esiliata, seppur duro ed massimamente incerto, non debiliti Ada ma la rinvigorisca quasi.

Ada si sente finalmente padrona di sé stessa, e giorno dopo giorno, ha anche perso quella malinconia strana che l’ha accompagnata per tutta la sua precedente esistenza, ma quel che conta è che tutto questo sta a significare che il suo destino si è compiuto, quello di mettere al mondo un altro individuo, un altro simile, senza stare a pensare se sarà cane o se sarà lupo tanto il confine tra i due è molto labile.

Ada guardando il suo piccolo, appena nato, che tiene avvolto in fasce tra le braccia dice a sé stessa: “La pittura, il bambino, il coraggio; con questo si può vivere. Si può vivere più che bene”. Qui a mio avviso in questa frase c’è la chiave di volta di un’esistenza. Dell’intero libro ma non solo di questo.

Irene in questo libro scrive in modo molto gradevole, le descrizioni sono essenziali ma efficaci, le situazioni sono tratteggiate e colorate con frasi eleganti, tanto da assomigliare agli acquerelli dipinti da Ada. Quando la scrittrice si accinge a descrivere i disegni ed i dipinti di Ada, con la loro forte vena evocativa di un mondo abbandonato e che sta scomparendo, hai la netta sensazione che stia parlando proprio di sé e dei suoi libri.

Infine un’ultima considerazione. Le parabole dei protagonisti, le loro stesse vite, sembrano, in piccolo, riprodurre in modo quasi profetico, l’esistenza dell’intero popolo ebraico europeo agli inizi del secolo scorso, quando per seguire le proprie ambizioni o i propri sentimenti ognuno poteva spostarsi liberamente; un brutto giorno però una valanga d’odio di proporzioni inusitate ha spazzato via questo mondo, recidendo ogni legame tra queste persone e ogni rapporto tra queste persone e i vari luoghi da cui provenivano. In questo libro viene affrontato il tema dell’antisemitismo, quello vero, dapprima con la descrizione delle spedizioni violente del pogrom in Russia, tragico evento in cui si vedono Ada e Ben, ragazzini, costretti a chiudersi in un baule e a fuggire terrorizzati per le strade, lontani dal loro quartiere, alla ricerca disperata di un riparo. Quindi, nell’affermarsi dapprima del pregiudizio quindi dell’odio razziale a Parigi, non tanto nelle strade, ma in seno alle famiglie più agiate e questo sta ad indicarci lo stato d’animo dei francesi nel periodo immediatamente precedente la pubblicazione del libro nel 1940. È di pochi mesi dopo la conversione al cattolicesimo di Irene; come Ada anche lei ha cercato di salvare sé stessa e le sue bambine. Un tentativo, come sappiamo, destinato a naufragare di lì a breve (1942).

Quello che sembrava un tempo un pacifico gruppo di cani si è improvvisamente trasformato in un famelico branco di lupi, un branco che s’appresta a fare scempio di migliaia di persone nella guerra e nei campi di concentramento.

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