DANUBIO di Claudio Magris

DANUBIO

di Claudio Magris

Garzanti, 1986

Dalle sorgenti alla foce: in viaggio sul Danubio insieme a Claudio Magris

 

Cari Amici lettori,

oggi vengo a voi presentando alcune mie personali riflessioni intorno a un libro la cui lettura può, talora, risultare piuttosto impegnativa e faticosa.

Dopo questo doveroso e necessario preambolo, vengo al mio “dunque”, in altre parole, alla mia personale e quindi soggettiva lettura del libro espressa sinteticamente in pochi punti. Eccoli.

Una scelta fluviale. Una modalità per esprimersi, una scelta, la navigazione sul fiume dai suoi esordi alla sua conclusione. La Mitteleuropa intesa non solo nel senso di Europa centrale o di mezzo bensì e piuttosto nel senso che risulta caro a Magris e che egli sottolinea diffusamente ossia:  l’Est e l’Ovest europei   due  modi culturali  a confronto; sono quelli, per intenderci, con in mezzo una  vecchia  cortina di ferro ( ricordiamo una data: il 9 novembre 1989;  in quel giorno cadeva il muro di Berlino, ma l’operazione ancora oggi non può dirsi  completata, anzi… di più, il  libro è stato pubblicato nel 1986, tre anni prima..). Infine un fiume, un fiume-vita, un fiume storia, un fiume che richiama tante storie, un fiume testimonianza.

Scendiamo, dunque, lungo le sponde sino nel vivo del fiume a toccarne le acque insieme all’Autore.

Filosofia, storia, geografia, antropologia, identità e mobilità umane. Fin da Eraclito, filosofo presocratico, il fiume è una figura che richiama l’interrogarsi   dell’uomo su sé stesso, dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla propria identità; in più, il movimento caratteristico delle acque di un fiume, l’estrema mobilità, esprime la sfida alla staticità, alla fissità, suggerisce l’inquietudine, la dinamicità, il cambiamento. Ancora, il fiume è un simbolo della fluidità, della liquidità e richiama non il pensiero forte ma il pensiero debole che si adatta ma non si arrende, anche se ciò può comportare il dover affrontare grandi sfide, ad esempio, sfide agli spazi che il fiume percorre e alle diversità che gli si presentano, che gli si parano contro, lungo il suo corso e, diciamolo, il Danubio un fiume lungo lo è. È esteso e maestoso ma anche ricco di storie umane più ancora che di Storia con la esse maiuscola. Se il Reno, anch’esso non  male in lunghezza, coi suoi km 1232,7 sembra custodire , con il suo percorso, le regioni della stirpe germanica in quanto  Germanesimo  con la g maiuscola per dirla tutta e,  con la sua  ben nota vicenda storico-geografica, attraversa  sei nazioni: Svizzera,  Austria, Liechtenstein, Francia, Germania, Paesi Bassi andando a morire nel  mare del Nord,  decisamente  immerso nell’ Occidente rispetto alle sue origini, le Alpi svizzere, dimostrando  per questi motivi di essere ben piantato nella piattaforma continentale,  il Danubio, al contrario, con i suoi 2850 chilometri, secondo fiume del continente, dopo il Volga, nasce nel cuore dell’Europa, nella parte sud-occidentale della Germania, ma se ne allontana rapidamente spingendo le sue acque e le sue sfide in direzione diametralmente opposta; va infatti a concludersi  nel Mar Morto,  in Giordania, ossia in Oriente.

Il Danubio è il fiume di Vienna, di Bratislava, di Budapest, di Belgrado, della Dacia (odierne Romania e Moldavia) un largo  nastro  sinuoso che attraversa e avvolge l’Austria asburgica, ambito sorico-geografico,  area oggetto di studio approfondito dell’A., area in cui un certo mito e una certa ideologia  hanno voluto vedere l’origine, in passato,  di una  possibile lingua comune composta da simboli linguistici provenienti da plurimi  idiomi ma atti a formare un linguaggio unico  sovranazionale capace di unire più che  di  dividere i popoli fra loro. Il Danubio, per queste sue specifiche caratterizzazioni, rappresenterebbe simbolicamente agli occhi dello scrittore quella Mitteleuropa tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica orientale polemicamente opposta al Reich germanico occidentale. La Mitteleuropa è un qualchecosa che unisce, attraverso il contributo di tutte le razze e  di tutti gli idiomi che la costituisco, un sincretismo, un crogiuolo, vivace e mobile, culturale- antropologico-filosofico-letterario che nasce dalle differenze  ma che ponendole in unità ne preserva armoniosamente  e ne rispetta, l’identità, la singolarità, l’unicità dei caratteri; un modo di essere esistere e presentarsi in  giustapposizione al pangermanesimo, al nazionalismo aggressivo, che  al pari di un tritatutto, i tanti, i tutti, i diversi tra loro e i ben caratterizzati ,riduce ad  uno, unico ed  indistinto; ma che significa tutto questo? A cosa porta tutto questo? Semplicemente a testimoniare come il nazionalismo aggressivo già presente in Europa in passato ha portato allo scoppio della terza guerra mondiale ed è stato una premessa fondamentale anche della prima guerra mondiale ma non solo – e questo il libro di Magris non può proprio dirlo per i limiti di pubblicazione richiamati sopra – preme tutt’oggi, da varie parti, per riemergere ed imporsi nuovamente in Europa.

L’Occidente, torniamo al libro, viene interpretato, secondo l’etimologia, come la terra del tramonto, dove il sole occidit, ma i suoi grandi fiumi, in primis il Danubio, formano una specie di mitologia sovranazionale che farebbe pensare ad una terra in movimento e fortemente inclusiva, per nulla esclusiva della molteplicità e della multiformità anzi fortemente innamorata della vitalità che la molteplicità stessa evoca e comporta in quanto sinonimo e caratteristica della vita.

Danubio è il fiume-vita, pertanto nel libro di Magris, diventa presto lo spazio, la molteplicità, in sintesi,  in una parola sola, la vita stessa. Esonda, travolge, dilaga, fluisce, si disperde, scompare per ricomparire( vedi il racconto sulle sue sorgenti e i loro miti)  così fa la vita per tutta la sua lunghezza così fa il fiume  così il racconto-480 pagine-  nella sua struttura che rompe la struttura stessa e vaga e divaga come un fiume fa vagando e divagando  nelle sue anse,  come la vita  fa  vagando e divagando nei suoi  tormenti  e nelle sue tempeste,  nelle sue pause e nelle sue/beatitudini ,  nei suoi momenti di passaggio, nelle sue  diverse età e stagioni,  nello stile che adotta per ciascun vivente…Magris si fa portavoce di questa vita attraverso le vite cui accenna  nel libro e tramite quel suo volerci essere dentro la vita e  dentro queste vite come osservatore partecipe  non solo come cronista  ma come interlocutore intervistatore diretto della vita e delle varie vite collegate al fiume che egli in che interroga non  da narratore ma da compartecipe;   a ben guardare, il libro non è né un romanzo né un saggio…  non sta dentro gli schemi e, come per la vita, vi rientra male se la si infila negli schemi.

Vita ed evocazione. Nel tempo della vita esistono un tempo per vivere, in ispecie nella giovinezza e nell’età adulta, un tempo per vivere evocando nella senilità e in questo libro sono le evocazioni a prevalere. Le evocazioni dei luoghi e dei personaggi; prendiamone, ad esempio, qualcuno tra i tanti: la principessa Sissi, Heiddegger, Céline,Mengele( poche pagine terribili sulla banalità del male assoluto) il giovane e il vecchio Lukàks; Kafka…

Innovare il linguaggio scritto per incontrare la molteplicità dei linguaggi e delle vite. La molteplicità che è poi il succo vero della vita, secondo il nostro Autore, non potrebbe essere descritta senza una griglia culturale- ed anche questa è un’idea dell’Occidente; è la necessità di creare uno stile narrativo nuovo, una lingua nuova per descrivere tutta intera la molteplicità della vita, dalle sue sorgenti al suo epilogo. Si tratta di innovare il linguaggio dello scrittore rendendolo capace di assecondare la molteplicità vitale, di inventare i criteri che si possono adottare  per incontrarla, la vita, come essa si è espressa attraverso le  diverse vite evocate nel libro; attenzione però, tra questi criteri che potrebbero sembrare solo una sperimentazione letteraria c’è tanta  pietas, quella che si avverte per  gli altri, come,   ad esempio, quella che si ferma su Sissi e sulle sue poesie  scritte nello stile di Heine  che bene dicono del suo inappagamento, della sua nostalgia e  del dolore  che ella prova nella sua lontananza. dai luoghi a lei cari, da Possi, nomignolo che sta per castello di Possenhofen in cui ella aveva trascorso l’infanzia.

Per tutto questo ed altro ancora che qui non si raccoglie, Danubio non è da ritenersi un libro, comune, tradizionale, quello tipico, a cui si è, per abitudine, assuefatti, un libro di viaggi, o un vero e proprio studio sulla storia e sulla geografia o semplicemente sulla letteratura mitteleuropea e di quello che della stessa resta, ma forse-come ha detto bene qualcuno- un libro sulla morale dell’equilibrio tra cuore e ragione.

Il tema principale è celebrare, portandola alla luce, una supercultura internazionale e plurilingue, in cui ciascuno possa sentirsi accolto come cittadino in quanto le nazioni che compongono e danno vita a questa cultura  sono apparse  in passato (ma lo sono ancora?) dotate tutte  di  quella particolare pietas  che si rivolge espressamente ai destini degli uomini e delle donne che vi vivono o vi vengono a vivere spesso provenienti  da  molto lontano talvolta  come conquistatori, molto di spesso come  immigrati o transfughi.

Nel 1986 anno in cui Danubio venne pubblicato la cultura europea era pensabile come dotata ancora di una certa innocenza nonostante i morti delle due guerre mondiali. Pochi anni dopo, Bosnia e Kosovo e le stragi legate alla globalizzazione inceneriranno questo tipo di equilibrio fragile, debole, fondato sulla cultura. Magris anche per età e per forma mentis ritiene che la molta conoscenza dell’altro da sé in breve QUELLO CHE EVOCHIAMO QUANDO PRONUNCIAMO LA PAROLA “CULTURA” significhi molta più comprensione dei fenomeni umani in generale e in particolare molta più pace, molta più pietas fra genti e etnie diverse o più semplicemente tra individui tra loro diversi.

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