Dall’ombra alla luce: Gerda Taro, una donna ribelle ed anticonformista, una coraggiosa fotoreporter

Vado Ligure, 05-02-2019

Incontro del GRUPPO DI LETTURA GROPPALLO

Riflessione a margine della lettura del romanzo

“La ragazza con la Leica” di H.Janeczeck (2017)

La lettura del romanzo “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczeek, premio Strega 2018,  ha costituito per me un’ occasione, probabilmente segretamente desiderata  ma fondamentalmente sino a quel momento a me non nota, di avvicinare la persona e la breve intensa vita di questa donna, non solo molto intelligente  ma  anche molto bella e soprattutto dotata di quel fascino che inspiegabilmente contagia e prende chi avvicina; una ragazza del secolo scorso che ha precorso un modello di vita e di pensiero anticipatorio di tempi a venire, pur vivendo i suoi  autenticamente, acutamente e senza riserve  e, come è da aspettarselo, a modo proprio, in sintesi, un modello del tutto unico e originale.

La vita breve di una piccola donna ribelle ed anticonformista, dagli alti ideali e dai numerosi amori, tutti vissuti con trasporto e dedizione veri che non si spezzavano mai del tutto,  tra  i due partner né spezzavano mai del tutto gli interessati, anche dopo il dopo, trasformandosi quasi sempre in amicizie solide, come evoluzione e trasformazione di sé e dell’altro, conservate nel  tempo, senza soluzioni drammatiche di continuità. E’ stata definita per questo “una ragazza dal cuore allegro”, sin troppo superficiale, direi, come appellativo in quanto troppo profonda lei per cucirselo addosso come una guarnizione del vestito.

Gerda si collocava  a mio avviso su  tutt’altro piano; lei era un’innamorata della vita, troppo felice di esserci venuta e di viverla al massimo delle sue possibilità, impegnata com’era con il suo obiettivo, mentale prima  ancora che meccanico, a fermarla, immortalarla nei suoi momenti fondamentali: i più quotidiani, i più teneri, i più sognanti e sentimentalmente sfumati, ma anche in quelli specificatamente più desolati, più duri,  più esposti al dolore e  per questo meno difficili da scovare, interpretare, comprendere, condividere e accettare, ritrarre. Fermare questi momenti bui perché solo così possono dare una possibilità, darsi  la speranza di parlare se non  direttamente  al cuore almeno alle coscienze. I lati oscuri,  crudeli e cattivi della vita, quelli che si nascondono in penombra o nell’ ombra perché non se ne sopporta la vista e si vogliono allontanare; non così per lei, lei li inseguiva, offriva loro sua macchina fotografica affinché li inviasse nella memoria storica di tutti, come è stato felicemente intuito di lei e detto di lei, perché lei  possedeva lo spirito della cacciatrice,  anzi era una cacciatrice di luce come amava definirla  il poeta Jose Bergamin.

Nel romanzo si parla ampiamente dei suoi  amori e dei  suoi innamoramenti, stato emotivo mentale e affettivo più ampio della sua personalità, più precisamente, essi vengono suggestivamente introdotti da alcuni dei suoi amici più prossimi e cari, intendendosi con questo termine, coloro che l’avevano conosciuta ed amata in vita, suoi amori,  dicevo, ma anche  sue amicizie più strette; gli uni e le altre vengono evocati, ad opera della scrittrice, dal loro passato individuale e nelle fasi della loro vita personale e sociale in cui erano avvenuti l’incontro  e lo scambio con lei. Queste persone  vengono chiamate a narrare e a rievocare, tramite il loro ricordo, così come si è in loro concretizzato, in tempi successivi alla scomparsa di Gerda e più vicini al nostro tempo. Ne fuoriescono gallerie di fotografie   istantanee, scatti diversi dalla sua biografia, sequenze fotografiche che riprendono   questi innamoramenti di Gerda, tanti naturalmente, da idealista amante della vita e felice di viverla quale si sentiva  di essere e fondamentalmente era. Nel libro,  invero, Gerda Taro non viene caratterizzata  mai, né in prima né in terza persona, ma la sua presenza è  ugualmente centrale,  lei irrompe a tratti, appare, è viva, intrigante e reale, ricca di particolari anche molto molto realistici: il suo modi di accendere  o farsi accendere una sigaretta, di posizionarsi sulla nuca i famosi cappellini a forma di basco o cupoletta, modellarsi le sopracciglia o le unghie, bere, sorridere o irritarsi o semplicemente  cantare, a squarciagola,  suonare la fisarmonica, rilassarsi, riposarsi, dormire. Proprio attraverso  questa opera di ricostruzione, suddivisa in altrettanti sezioni o capitoli contraddistinti dai nomi propri  di  tre persone significative della sua vita Willy Chardach, l’ammiratore segreto ma non troppo, Ruth Cerf, l’amica del cuore da Lipsia a Parigi, Georg Kuritzkec  l’amore intellettualmente impegnato, si materializza  l’intero romanzo  e  Gerda  Taro acquista una nuova vita, diviene finalmente protagonista, esce dall’ ombra  del suo molto più famoso ultimo compagno  l’ungherese  Endre Erno Friedmann,  alias Robert Capa, zona d’ombra  ove l’hanno collocata i posteri per lungo tempo e si avvia da sola  a superare la penombra andando incontro e all’amata luce.  La riattivazione dei ricordi   con e su di lei da parte di altre persone,  a lei  molto vicine e che l’hanno conosciuta da viva , gli aneddoti, gli scenari quotidiani, nudi e crudi, ma talvolta anche qualificati da spessore storico,  riportati  nel romanzo  che hanno quasi la struttura di risposte date ad un’intervista immaginaria che gli stessi amici ed amori di Gerda rivolgono a se medesimi, mi pare  un’inventio interessante  o almeno mi ha colpito favorevolmente.

Una sola impressione soggettiva mi resta ancora da approfondire: Robert Capa, reso famoso e  considerato il più grande fotoreporter di tutti i tempi per le sue  foto di guerra, l’ultimo uomo da lei amato appassionatamente, colui che le ha insegnato ad usare la Leica, ma da lei inventato  e fatto esistere e  anche molto da lei supportato  finchè è stata in vita, nonostante la fama  di gran lunga superiore che lo ha accompagnato in vita e seguito dopo la morte avvenuta nel 1954, non mi pare spaziare e occupare (non a caso?) spazi centrali  o intitolazioni nel libro.

C’è all’inizio nella foto  molto commentata che li ritrae insieme, ciechi e felici, come tutti gli innamorati, seduti vicini forse sulle poltroncine di un parco o di  una Rambla a Barcellona come due amanti qualsiasi, giovani e belli. C’è saltuariamente in occasione di spostamenti  dei due amanti per lavoro o per diporto, c’è, infine, e non poteva essere diversamente, nel momento in cui occorre recuperare la salma di Gerda  alla stazione  di Tolosa per condurla a Parigi. E’ distrutto, si dà un contegno  ma  solo dopo aver pianto disperatamente per  giorni. C’è verso la fine, nel suo fuggevole incontro con Georg, dove si tracciano ricordi e cenni su Gerda.

Ci si chiede: perchè Gerda da sola a Madrid?

Lei era   sempre stata così incurante dei pericoli, si era sempre esposta, senza troppo pensarci  ai rischi nella vita personale e in quella di fotografa innamorata  come era del suo lavoro, aveva sicuramente fatta sua la ben nota affermazione che lui  stesso andava ripetendo a tutti “Una foto non è buona se tu non ti avvicini troppo a ciò che vuoi fotografare”.

Troppo vicino ha voluto andare Gerda quel giorno, ha forse voluto dimostrare che in fotografia non era rimasta una dilettante ma era diventata, al pari del compagno, una fotografa di guerra autentica e matura, capace  non solo  di fotografare usando inquadrature dal basso  con scatti molto semplici, quasi dilettanteschi, con protagonisti presi dalla realtà quotidiana, semplici ritratti in cui la presenza umana prevale su ogni altro aspetto documentativo.

Aveva scelto. Fotografare quelle persone le cui speranze vengono stroncate dalla guerra, gente di tutte le classi sociali: uomini, donne, bambini, intellettuali, soldati, miliziani, profughi, rifugiati. Tutti scelti in quanto accomunati dall’essere in opposizione a ogni tipo di fascismo e antisemitismo, a ogni forma di oppressione e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Come in ultima analisi era lei. Oramai era una fotografa di guerra che riprendeva combattimenti, cannonate, incendi di carri armati, uccisioni e cadaveri di civili di soldati e di miliziani.

Quel giorno, a Brunete, vicino a Madrid, in equilibrio instabile  sul predellino  di un camion in corsa, imbracciando come un’arma pacifica, lei, unica testimone in campo per tutta la gente che viveva lontana ed  ignara degli orrori della guerra, la  sua Rolley flex  e la  sua Leica. Gerda vicinissima inquadrava  la barbarie dall’alto e a chi le aveva consigliato di, tirarsi indietro non  aveva badato: più avanti, più vicina possibile… più alla luce che si può… forse lo aveva pensato… forse  così si era detta… forse…

Era il 26 luglio 1937, il suo ultimo giorno di vita.

E’ stata una passionaria? Forse. Di certo una donna che amava la vita e un’artista indipendente, anticonformista, colta, una coraggiosa fotoreporter di guerra.

Infine un premio Strega  2018, a mio avviso, molto ben assegnato.

 

 

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