CELESTINA ovvero “Via la benda dagli occhi”

 

 

 

1948-2018

Un racconto breve di Fausta Fortunel scritto in occasione del Settantesimo anno dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana

(1° gennaio 1948)

TITOLO: CELESTINA

ovvero

“Via la benda dagli occhi”

 

Frasi, testimonianze, riflessioni da cui il racconto breve ha tratto ispirazione:

Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti. Per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro…

Arrigo Boldrini


Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, perché lì è nata la nostra Costituzione.

Piero Calamandrei, dal Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza, Milano, 26 gennaio 1955


 

         No, assolutamente no. A lei, nei momenti che adesso le capitava di vivere, non passava neppure per l’anticamera del cervello di prendere sonno e poi proprio in quella notte. Lei non ci aveva mica pensato. Dormire, dimenticare per un po’, forse sognare anche… Macché, non era per lei. Anzi, lei aveva deciso il contrario: voleva restare sveglia e attenta, per tutta quella notte, al massimo delle sue possibilità, s’intende- il giorno, quel giorno, era stato terribile e massacrante- lei, adesso, voleva solo vivere e assaporare ogni attimo che passava di quel tempo di notte, piuttosto lungo; già, si era nella prima decade del mese di gennaio. Lungo, ma che andava cianciando? Era breve, troppo breve, anzi, brevissimo.

Aveva percepito, nel buio, che qualcuno tra gli altri rastrellati, con e come lei, nel rastrellamento di mezzogiorno, erano, in tutto, dieci, stipati, maschi e femmine, senza nessun riguardo, nella stessa stanza, aveva invece ceduto; le giungeva all’orecchio, da dentro la penombra della stanza, il filo roco del suo respiro, quello di uno che sta dormendo ma piuttosto male; qualcuno degli altri, invece, soffocava in gola, di tanto in tanto, un singhiozzo, qualcun altro, più in là, stava pregando sommesso. Due o forse anche tre, dalla parte opposta a quella in cui lei si trovava, si scambiavano bisbigli.

Ognuno, le venne improvvisamente di considerare, reagisce come può, come sa, alla stessa paura. Lei, ad esempio, si sentiva inconsuetamente calma dentro. Già, era così che era andata, li avevano presi, forse a caso o forse no, lei non era stata del tutto capace ancora di capire bene come si erano svolti i fatti; lei che teneva ancora il cestino con le arance in mano, per fortuna senza la carta, quella era andata a destinazione come doveva. Li avevano portati nel casotto e lì li avevano sommariamente identificati e interrogati singolarmente; anche lei, che era la più giovane, aveva avuto lo stesso trattamento degli altri. Alla fine, ancora con le mani legate dietro la schiena, li avevano fatti camminare in fila sino alla prigione e qui, dopo essere stati slegati, erano entrati, uno alla volta, nella stanza, dove si trovava ora, cinque metri per cinque, senza lavandino, solo qualche pagliericcio e delle coperte per terra, tre sedie e due secchi vuoti forse per gli escrementi. Avevano anche chiesto se qualcuno voleva una gavetta di zuppa, ce n’era; qualcuno aveva accettato. Lei no, aveva lo stomaco chiuso. Tutti avevano invece bevuto dell’acqua, anche lei, si sentiva la bocca e la gola completamente asciutte. Sarebbe stato all’alba, avevano fatto intendere, ma senza dire l’ora precisa. Lei, di nome Celeste, per tutti quelli che la conoscevano, Celestina, sarebbe stata nel primo gruppo. Ora, però, no, non ci voleva pensare a quello, aveva tutto il tempo che ancora restava per farlo, ora no.  Seduta sul pavimento, in un angolo della stanza, le braccia strette attorno alle gambe piegate, ad abbracciarle completamente, la testa appoggiata sulle ginocchia appaiate, se ne stava così, silenziosa, riflettendo e ricordando, scrutando con gli occhi ben svegli nell’oscurità. Faceva sempre così quando voleva calmarsi, lo faceva sin da quando era piccola, ma anche quando le capitava che si sentisse triste o preoccupata. Le dava una sensazione profonda di forza, trattenere il suo corpo, in un unico abbraccio. Aveva, o almeno così le pareva, il controllo non solo su tutto il suo corpo ma soprattutto su tutta se stessa, sulla sua anima. Il suo fisico era sempre stato esile, infantile, anche dopo che si era sviluppata. Sempre al di sotto dei livelli normali specifici delle varie fasi d’ età che aveva passato. Così era andata per lei, era una settimina; lei lo aveva saputo da sua madre quando aveva compiuto gli otto anni. Sua madre le raccontò che gli altri bambini nascevano su per giù dopo essere stati nella pancia della mamma per nove mesi, non lei che invece aveva voluto nascere molto prima, a sette mesi. Quando venne al mondo pesava poco e temettero per la sua sopravvivenza, La tennero, avvolta sulla bambagia, in una cesta posta accanto al focolare, per parecchio tempo. Con piccoli fiocchi di cotone intrisi di latte materno che la madre si cavava da sé, l’avevano nutrita, glielo facevano sgocciolare prima sulle labbra e poi dentro la bocca. Ce l’aveva fatta. Ma, nei tempi successivi, negli anni che seguirono era stata sempre gracilina, minutina, o come dicevano i suoi, mingherlina, fragile, un po’ anche nella mente. Lo sapeva bene, lei. A scuola, difatti, aveva fatto fatica ad imparare a leggere e a scrivere, specialmente i pensierini; non parliamo poi dei numeri, non ci aveva mai acchiappato. Le maestre dicevano che non sapeva collegare, mettere i dati nel senso giusto e nel modo giusto nei problemi di aritmetica, Faceva confusione, aveva anche vuoti di memoria. Per questo non aveva completato le elementari, si era fermata alla quarta e l’aveva ripetuta tre volte, tanto per arrivare all’età del menarca. Era poi rimasta in casa ad aiutare la madre nelle faccende domestiche; queste, specie se eseguite sotto la guida materna, le riuscivano meglio, Riconosceva di provare anche una certa propensione, una certa soddisfazione, un certo orgoglio se, alla fine, dopo tanti tentativi, le riuscivano persino bene e otteneva l’approvazione e la considerazione di quelli che contavano, in quel momento, per lei, ossia i suoi familiari. Si prodigava per compiacere la madre, il padre ed i fratelli, in cambio veniva considerata la piccolina di casa, il membro più debole, quello da aiutare, da sostenere e da compatire ma con benevolenza e tolleranza. Questo ultimo aspetto, lei lo aveva scoperto solo negli ultimi tempi, un po’ l’aveva ferita ma poi, ripensandoci, concludeva che c’era un certo guadagno, una certa soddisfazione anche nell’essere, come dire, bonariamente compatita. Quando aveva compiuto i sedici anni, nel giorno dell’ultimo suo compleanno, il settembre dell’anno appena passato, le avevano preparato una festicciola in casa e la mamma aveva anche messo via qualche pezzo di biancheria: un lenzuolo, due asciugamani una camicia da notte, tutto nel cassettone della sua camerina, Le aveva detto che era l’inizio del corredo per lei. Si era sentita finalmente esistente anche lei, considerata, importante, viva per qualcuno, quella notte e parecchie delle seguenti, aveva fatto fantasie da arrossirci, pensando a colui che avrebbe potuto e voluto chiederla in moglie, ma per il momento nessuno si era ancora fatto avanti e lei non aveva al momento in mente nessuno. Chissà…

Eppure lei che era così come era, non aveva esitato neanche un secondo, lo ricordava bene come fosse ieri, quella sera, la sera del mercoledì antecedente l’ultimo Natale, il Natale del 1944, quando, si era presentato a casa loro, entrando per un passaggio secondario e non per la porta, quello che non veniva mai nominato con il suo nome vero ma con un “nome di battaglia” si diceva così. Alto, robusto, lo sguardo diritto e sicuro di chi è abituato a dirigere, aveva comunicato a suo padre, in casa c’erano solo loro tre, papà, mamma e lei, che dopo la Befana c’era da portare un documento nel paese vicino, ad una certa ora, a una certa famiglia e che pertanto sarebbe andato bene uno che non desse nell’occhio, uno non appariscente, dall’aspetto insospettabile, infantile, qui, aveva guardato nella direzione dove lei si trovava. Sua madre era trasecolata, si era seduta per non svenire su una sedia ed era rimasta muta; suo padre, invece, aveva esitato un po’, poi aveva allargato le braccia e le aveva detto, rivolto verso di lei, “Celestina, hai capito bene di cosa stiamo parlando? Che ne pensi?”. La voce di suo padre era stranamente impacciata, ma lei, che insolitamente quella volta aveva capito tutto, disse di sì, avrebbe portato lei la carta visto che le veniva chiesto. Si precisò che doveva essere posta dentro un cestino di arance benefiche, augurali, per l’anno nuovo e che sarebbe arrivato un corriere dopo il sei di gennaio per dare ulteriori precisazioni. Nient’altro. Quello che nessuno nominava con il suo vero nome, ma solo con il suo nome di battaglia, serio e forte, al tempo stesso, come d’altronde era lui di persona, se ne andò via rapido allo stesso modo in cui era venuto. Da quel momento in avanti le attenzioni dei suoi genitori per lei si moltiplicarono, il segreto andava custodito, ogni cura e diligenza andava prodigata perché per nessuna cosa al mondo trapelasse alcunché neanche ai familiari più stretti. Lei si sentiva interiormente orgogliosa, fiera; finalmente anche lei poteva provare l’intimo effetto che fa provare il contare per qualcuno, per qualcosa di importante, poteva sentire dentro di sé la forza che dà il sapere di poter appartenere, non solo alla sua famiglia, ai suoi, ma ad una famiglia più grande, allargata sino a raggiungere tutta la sua regione, tutto il suo paese,  di riscoprirsi anche lei simile in altri suoi simili, di provare pari dignità, condividendo una stessa idea su come intendere il mondo e la vita . Non le era mai successo prima, non c’era stata mai, prima, l’occasione. Aveva valutato, con l’aiuto dei suoi genitori tutti i rischi, i pericoli, ma era risoluta, aveva dato la sua parola, l’avrebbe mantenuta. Così aveva fatto, nel giorno stabilito, aveva consegnato quel che doveva. Sulla strada del ritorno purtroppo era successo che l’avevano fermata, proprio non sapeva spiegarselo; era successo a lei ma anche ad altri nove insieme a lei. Non aveva detto niente, proprio niente di niente, a chi l’aveva interrogata, ma aveva balbettato a un certo punto, per via della sua timidezza o della stanchezza, balbettato e basta, si era subito ripresa però e aveva sostenuto di sentirsi confusa e di non ricordare.

Una strana e leggera percezione la distrasse da questi suoi pensieri; sul dorso della mano destra, un insetto, probabilmente un ragno, forse una cimice da materasso o chissà che cosa altro ancora di vivo e di simile, stava muovendosi, stava passeggiando sulla pelle del dorso della sua mano. Stette immobile e tenne la mano ben ferma. Si accorse subito che si trattava di una mosca comune, forse infreddolita e forse alla ricerca di calore, che ogni tanto si fermava per sfregarsi il corpo peloso, l’addome o il capo, con le zampette davanti o di dietro, per poi proseguire il suo giro indisturbata. Quell’animale che in altre occasioni avrebbe scacciato via con fastidio, divenne invece per lei un’occasione insolita per tornare indietro nel tempo, alla sua infanzia. Si ricordava che i suoi fratelli maggiori, lei era la più piccola della nidiata, insieme agli amici dei suoi fratelli, tutti più grandi di lei, avevano giocato spesso al gioco della mosca cieca libera. Rammentava molto bene quel tempo e quel gioco. Era spesso lei la prescelta per portare la benda sugli occhi. Era la più piccola. Era sempre così disponibile e compiacente con tutti, lei. Gliela calavano sugli occhi per poi stringerla forte dietro la nuca; lei doveva girare, girare su se stessa, una, due, tre volte e poi incerta, brancolante e senza troppo senso dell’orientamento addosso, muoversi alla ricerca di qualche compagno da toccare per farsi dare il cambio. Mai che le riuscisse una volta di farlo subito, girava, girava, spesso a vuoto inseguendo le voci, gli schiamazzi, i richiami dei compagni di gioco, ma quasi sempre non le riusciva di sfiorarne uno; lei, comunque, continuava, continuava a cercare, bendata, senza vedere nulla e senza intuire dove si erano diretti o nascosti i suoi compagni di gioco. Le venne improvvisamente in mente che c’era stato anche un episodio, un giorno, per fortuna rimasto unico, una monelleria che le avevano fatto, quella di lasciare il girotondo, da parte dei liberi, per allontanarsi, andarsene. L’avevano, di comune accordo, lasciata sola, se ne erano andati tutti via e lei era rimasta da sola con gli occhi bendati senza sapere che cosa fare. S’era anche messa a piangere, a chiamare per nome tutti i giocatori liberi, a supplicare, spaventata e preoccupata, finché uno di loro era tornato e l’aveva liberata dalla benda, dall’imbarazzo e dalla paura.

No, si disse, all’alba, quando verranno a prendere quelli del primo gruppo tra cui lei, no, non sarà come quella volta della mosca cieca libera. Lei avrebbe rifiutato la benda se gliela porgevano o facevano tanto di mettergliela sugli occhi. Lei voleva vedere, guardare in faccia il suo aguzzino, magari un ragazzo come lei o di pochi anni più vecchio di lei, che questa maledetta guerra gli metteva, nemico, di fronte, pronto a eseguire l’ordine di ucciderla. Lo avrebbe guardato e avrebbe guardato il suo moschetto, la sua mab 38 o quello che imbracciava in quel momento. Aveva richiamato alla memoria dei nomi a caso di alcune armi, per sentito dire da altri, lei di armi non s’intendeva, come di tante altre cose lei non s’intendeva. Una cosa sì, quella invece le era improvvisamente chiara, lei avrebbe guardato la cartuccia o il proiettile che si dirigeva verso di lei, con gli occhi scoperti, dritti e fermi, aspettando che facesse quel che doveva fare, in fretta.

Qualche giorno dopo l’Epifania del 1945, all’alba, Celestina fu passata per le armi.

Testimoni raccontarono che, quando venne il suo turno, rifiutò la benda sugli occhi e li tenne aperti, diritti e fermi, nonostante la sua giovanissima età, davanti a sé.

Celestina non ebbe modo di poter essere presente nei giorni della riconquista della libertà da parte del suo paese, di cui tanto aveva sentito parlare e di cui lei stessa aveva confessato candidamente di capire molto poco, ma con il suo sacrificio vi contribuì.

NOTA FINALE

Il presente racconto è frutto della pura fantasia e dell’invenzione dell’A. Nessun riferimento a fatti accaduti o a persone o nomi o circostanze realmente esistiti.

Vuole essere solo un omaggio semplice, come semplice è la figura di Celestina; un semplice, riconoscente ricordo rivolto a tutti quegli Italiani e a tutte quelle Italiane, semplici cittadini, spesso di idee e orientamenti diversi, che concorsero nel pagare, con il caro prezzo della perdita della loro vita, una parte cospicua del prezzo del riscatto. Grazie a Tutti Loro ed al Loro sacrificio, l’Italia è diventata una Repubblica basata sul lavoro, sulla libertà, sui diritti irrinunciabili della persona e sui principi fondamentali della democrazia contenuti nel testo della Sua Costituzione di cui si celebrano, quest’anno, i 70 anni.

Sono per chi non mi conoscesse, Fausta Fortunel, prendo, se permettete, un ulteriore breve tempo per esprimere, con le parole tre affetti che avverto dentro di me, li dico subito: un apprezzamento, un ringraziamento, l’espressione di un senso di gratitudine profonda, quindi, una, massimo due, riflessioni brevi al seguito del racconto appena letto.

Inizio con un vivo apprezzamento ad una cara amica per l’ottima lettura, appena compiuta, di Celestina.

(Ricordo, a questo proposito, che esiste un gruppo di lettura, Gruppo di lettura Groppallo, presso la Biblioteca civica di Vado ligure, che si incontra una volta al mese per parlare di libri e di letture; Etta, Eugenia, Bruno, Donatella e me, le porte sono, ovviamente, spalancate a quanti si volessero aggiungere al gruppo).

  • Proseguo con un sentito ringraziamento per la vostra presenza in questa aula questo pomeriggio, tanto più significativa in quanto sfortunatamente il relatore, tanto atteso, per motivi non dipendenti dalla sua volontà, non può, come egli avrebbe sicuramente desiderato, essere qui con noi per intrattenerci in modo approfondito sulla Costituzione Italiana, la sua storia i suoi principi e i suoi fondamenti irrinunciabili;
  • Completo con un doveroso sentimento pieno di gratitudine, con un ricordo denso di riconoscenza verso tutte le donne che hanno operato, direttamente ed indirettamente, affinché la Costituzione Italiana potesse prendere vita.
  • Una, due riflessioni brevi, che avevo pensato di porgervi per una condivisione al termine della lettura del racconto, sintetiche al punto giusto, in modo da lasciare il dovuto spazio al relatore ed alla sua relazione
  • Ecco la prima. Livia Turco, alcuni decenni fa, scriveva che le donne sono state protagoniste della nascita e della costruzione della nostra repubblica. Hanno partecipato alla battaglia di liberazione contro il nazismo ed il fascismo, hanno lavorato e lottato per la libertà e la democrazia. Hanno conquistato attraverso il loro impegno, che si è dispiegato a partire dal Risorgimento, il diritto di voto e si sono mobilitate per convincere le cittadine ad esercitare questo loro fondamentale diritto. Appello che fu accolto e nel 1946 la stragrande maggioranza delle donne andarono a votare. Le donne hanno contribuito alla stesura della Costituzione (21 furono le presenze femminili nella Costituente) e poi hanno determinato il cambiamento profondo della nostra società, i suoi costumi e valori, le sue condizioni di vita, le sue leggi.
  • La repubblica italiana, la nostra repubblica, può dunque essere definita a ragione di donne e di uomini, essa ha infatti delle madri e dei padri. Proprio perché le donne come gli uomini ne sono state pienamente protagoniste.
  • Ecco la seconda. Sara Notinelli, in un articolo apparso su Donne e società nel febbraio del 2010, si domandava, scorrendo il testo costituzionale e prendendone in esame i 12  articoli di apertura, segnatamente l’art.3, se il testo Costituzionale garantisse veramente  tutti i diritti  spettanti alle donne; a questo interrogativo si rispondeva lei stessa affermativamente, proprio nel titolo stesso dell’articolo, che sì, la costituzione riconosce tutti i diritti delle donne. E’ un testo  che si è rivelato lungimirante e progressivo, proseguiva , considerato che è stato scritto nel 1948 dopo vent’anni di autoritarismo e due guerre mondiali. Con la pari dignità, già sessant’anni fa, sottolineava, si voleva intendere che non esistono più distinzioni in base al titolo nobiliare, al grado di appartenenza o alla classe sociale o al genere d’appartenenza, che gli uomini e le donne devono essere considerati tutti in posizione di uguaglianza di fronte alla legge. Ma non solo, l’art.3 cambiava radicalmente, a suo avviso, l’approccio alla figura femminile: quelle stesse donne che erano state oggetto di palesi discriminazioni giuridiche nello stato liberale( voi sapete: non avevano diritto di voto, erano soggette in ogni modo alle decisioni del marito, erano pagate molto meno degli uomini a parità di lavoro, non potevano svolgere determinate funzioni ad  esempio quella di magistrato perché psicologicamente considerate non adatte ed altro ancora), e che continuarono ad essere discriminate durante il fascismo, periodo in cui venne rinforzata la loro posizione marginale nella famiglia e nella società, per la prima volta, nel 1948, quelle stesse donne vedono inscritto, nelle norme del loro stato, la loro parità rispetto agli uomini .
  • Al riguardo della parità parecchio è stato fatto ma molto deve ancora essere fatto, osservava acutamente, in allora, la Notinelli, soprattutto nel rimuovere gli ostacoli di partenza che persistendo impediscono di fatto l’effettiva parità; quantunque, precisava, si sia dato spazio ad azioni positive volte, caso per caso, se non ad eliminare almeno a superare o attenuare gli ostacoli. Concludeva infine sempre la Notinelli che la Costituzione italiana rimane e rimarrà una strada definita e delineata in modo compiuto e perspicace strada che chiedeva e chiede tuttora soltanto di essere percorsa con intelligenza adattandola ai mutamenti sociali dovuti all’evoluzione continua della nostra comunità.

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