Alcuni appunti intorno a due libri di Rosetta Loy

Primo libro

LE STRADE DI POLVERE

Che genere letterario può richiamare?

E’ un romanzo, non vi sono dubbi ma ti trovi in seria difficoltà se provi ad inquadrarlo con troppa precisione; trattasi di romanzo storico? Ti domandi e poi rispondi. “Non proprio”. Se lo definisci in questo modo, alla fine della lettura, non ne sei convinto; è vero le vicende storiche che lo attraversano sono molteplici: l’epopea napoleonica, il Risorgimento , i moti mazziniani, i turn-over di Casa Savoia…esse vi compaiono e vi occupano un loro posto ragguardevole ma non come si è abituati a rintracciarle in un romanzo storico tradizionale, tout court, c’è forse un motivo? Provo a spiegarlo partendo dal mio punto di vista di lettrice. Leggendo il romanzo, il più delle volte, la memoria soggettiva dei protagonisti e dei personaggi, essi stessi portavoce e voci narranti delle vicende storiche succitate, interpretano e leggono a modo loro l’età e la temperie storiche in cui sono nati in cui si trovano calati e costretti dal destino a vivere. A causa di questo fatto, gli eventi storici vengono profondamente rielaborati, filtrati, vissuti, reinterpretati e riportati alla mente e dalla mente umana soggettiva e personalizzata di ciascuno di loro e tornano e ritornano, di continuo nel testo, in larga parte mediati dal filtro sensibile ed interpretativo proprio del peculiare e soggettivo modo di essere e di ricordare dei personaggi che li hanno vissuti o li stanno vivendo siano essi protagonisti o semplici e fuggevoli comparse senza spessore nell’economia del romanzo. Se, per esigenze di oggettività storica e veridicità, si fa avanti in modo anche prepotente il bisogno del rispetto della data o del documento cronologicamente fondato e documentato storicamente, l’A. vi si adegua, accetta di non sottrarsi alle urgenze della precisione e dell’esattezza propria della cornice socio-storica-ambientale-geografica, quella dell’Italia pre-post risorgimentale in cui colloca la vicenda narrata, per circoscriverla meglio, muovendo da quella che va dalla fine dell’epoca napoleonica sino ai primi decenni dopo la riunificazione delI’Italia, ma lo fa, giusto giusto, per lo stretto necessario richiesto. La Loy non è una storica che in più fa la scrittrice, la Loy è una scrittrice preparata e documentata storicamente a mio avviso ma con una sua mission specifica. Offrire alle generazioni presenti, giovani e meno giovani, ai lettori attuali, non lezioncine di storia, bocconcini impastati di storia romanzata, ma testimonianze di vita vissuta in prima persona, testimonianze dialoganti che sollecitano a loro volta i lettori al dialogo e alla condivisione. Quello che veramente lei vuole esaltare e far emergere è la storia peculiare ed unica di una famiglia contadina nel suo complesso prima e nell’individualità dei suoi numerosi singoli componenti colti nella loro unicità, di una famiglia contadina collocata nel Monferrato ed accompagnata nel racconto per circa un secolo e mezzo e ben tre generazioni che si succedono e si passano il testimone. Si offre al lettore uno spaccato della loro vita quotidiana, della loro storia individuale e quindi della storia ma come la vivono queste persone comuni, inscindibilmente mescolata e trasformata dalla loro esperienza personale quotidiana e ordinaria. Non è , quindi, la storia con la esse maiuscola a fare da padrona semmai vi fa soltanto capolino, la vera protagonista e resta sempre a mio parere, la saga di famiglia, la vicenda umana, il succedersi genealogico, affettivo, passionale ed esistenziale di un’unica vicenda familiare ossia la cronologia generazionale di una famiglia di contadini a partire da quella del capostipite di cui poco si sa se non che era riuscito ad emanciparsi e a comprarsi una casa, il primo nucleo del casale, insieme a del bestiame e a un terreno da coltivare e che si dice fosse noto con il soprannome di Gran Masten, giù giù sino a quella del pronipote Louis Charles ,detto Luis. I soprannomi caratterizzanti, come vedete abbondano ed attraversano tutto il libro rendendolo un testo di cronaca longitudinale familiare.

Cosa sta ad indicare il titolo?

Per me, la sintesi di un esperimento letterario ben riuscito.

La polvere, in questo romanzo, assume un triplice significato: uno è quello comune il più frequente, l’altro è quello simbolico, infine il terzo, assai più infrequente, è quello simbolico-concreto, quasi una contraddizione in termini, potreste pensare ed è quello che spesso è capitato anche a me di cogliere nella scrittura della Loy.

Chiarisco subito quanto vengo dicendo. Nel conversare collettivo la parola polvere viene usata generalmente in due maniere, una concreta, l’altra come parola simbolo, una parola che sta al posto di un’altra o che ne evoca un’altra, una metafora. In questo secondo caso richiama alla mente i ricordi, la memoria, che come tale sono distanti, lontani, cronologicamente da chi ricorda e dal momento in cui egli ricorda. Eppure è proprio questa distanza, questa lontananza, che permette al ricordo di sedimentarsi, di depositarsi, di fissarsi su qualcosa così come avviene per la polvere concreta, che depositandosi copiosamente assume anche la forma di quello   che ricopre e su cui si è posata assumendone la forma, così avviene ad esempio per il pulviscolo presente in una stanza, della cui presenza ci accorgiamo solo quando un raggio di sole l’attraversa obliquamente, questo pulviscolo si fissa sulle cose ma quando il raggio scompare lo fa scomparire e lo perdiamo di vista magari scompare per l’eternità se non interviene qualcosa o qualcuno a reintrodurlo. Polvere quindi che potrà non essere mai più rimossa e come un fossile rimanere sepolta per sempre senza farsi testimonianza alle generazioni a venire; al contrario se per un evento esterno o interno, involontario o volontario, questa polvere verrà toccata, smossa dal suo posto, verrà reilluminata dal racconto di qualcuno essa si trasformerà in ricordo, irromperà come memoria, narrazione, trasmissione, rievocazione di ciò che è stato e che per nessuna ragione dovrà andare perduto. Alla scrittrice il non facile compito di reperire, di raccogliere quella polvere, nello specifico, la polvere delle strade non asfaltate di un passato lontano e di una zona rurale del nostro paese cui la polvere è scesa si è sedimentata e calcificata e darle voce di racconto, valore di testimonianza, di memoria collettiva da un lato e di biografia individuale squisitamente originale, in quanto unica ed irripetibile, dall’altro. Qui a mio avviso sta l’esperimento letterario ben riuscito della Loy riportare dentro al ricordo contemporaneo un mondo reale che ci ha preceduto che è stato e che non per questo può essere dichiarato morto e sepolto, dimenticato, ma che ha ancora molto da dire e di dare alla vita presente e futura. Sottrarlo all’oblio, alla non esistenza, all’indifferenza cui la polvere non rimossa lo condannerebbe in via definitiva presso i posteri. Purtroppo le strade del nostro paese nel settecento e nell’ottocento appena tracciate e non asfaltate sono troppo ricoperte di polvere e di fango e sono faticose da ripercorrere a piedi o sul baroccino o come in questo caso dalla scrittura di un romanzo. Non è facile impresa scrivere un romanzo come questo ne è facile riconoscerlo anche da parte di chi lo legge. E’ molto scomoda l’operazione che la scrittrice intende compiere con la scrittura di questo romanzo: recuperare il ricordo, la memoria, la tradizione orale e scritta, il rimando ad un passato individuale e collettivo reale e concreto per trasformarlo nella presentizzazione della memoria o meglio nella ri-presentizzazione di questo stesso passato. Ripresentizzare un passato, riportarlo nel presente con parole vive e ancora attuali costringe il lettore ad uscire dall’indifferenza la noncuranza l’ignoranza per ciò che lo ha preceduto e cui può spingerlo il presente, dall’anestetizzazione cui può assuefarlo il presente, ponendolo nella condizione di interrogarsi ancora e forse di comprendere, almeno, sia che si senta o meno di condividere.


Secondo libro

Nero è l’albero dei ricordi, azzurra è l’aria

(titolo tratto da un verso della poetessa americana Sylvia Platt)

Tre sono i narratori protagonisti di questo romanzo della Loy in cui il processo di ripresentizzazione del passato, del ricordo e della memoria cui ho fatto cenno precedentemente si ripropone ancora grazie o meglio per il tramite della loro triplice testimonianza di vita vissuta di narrazione del loro passato, dei loro ricordi, delle loro testimonianze di vita realisticamente vissuta.

I tre moschettieri della regina di Francia, Giulia, Lucia, Ludovico ,così vengono definiti in casa e si definiscono, i tre rampolli di un’agiata famiglia borghese italiana che occupa un lussuoso ed immenso appartamento in una prestigioso quartiere di Roma e che crescono e si trasformano da bambini in adolescenti e poi giovani adulti nell’età fascista per diventare adulti improvvisamente nel corso della guerra e del periodo immediatamente post-bellico.

Giulia è la principale voce ricordante, narrante, presentizzante, che apre ,con la sua memoria, e chiude anche il libro; Lucia ha voce meno presente, è meno protagonista rispetto a Giulia ma egualmente incisiva anche a motivo della sua tragica fine che non poco condizionerà il destino dell’intera famiglia( si innamorerà di un ufficiale tedesco, ne diventerà l’amante e verrà fucilata in un’imboscata dopo l’8 settembre), Ludovico che si colloca in mezzo alle due sorelle e si caratterizza per le amicizie femminili e maschili che stringe dall’adolescenza all’età adulta.

Tre giovani, anzi giovanissimi cui viene riservata l’esperienza amara della seconda guerra mondiale dal suo scoppio in Europa e dall’entrata nel conflitto da parte dell’ Italia, due di loro Giulia e Ludovico, sopravvissuti alla sua conclusione sino a comprendere tutto il dopoguerra, la ricostruzione post-bellica, gli anni cinquanta e il boom economico dei primi anni sessanta.

Sono comunque i tre fratelli i principali incaricati di questa ripresentizzazione del passato, a loro se ne unisce tuttavia un quarto, il precettore di Ludovico, Marcello che, quale adulto giovane, non genitore, segnerà profondamente il carattere ed il destino e le scelte di Ludovico.

Anche in questo romanzo l’intreccio degli avvenimenti storici, prebellici, bellici e post-bellici, si lega alle vicende della famiglia e alle vicissitudini personali che accompagnano questi tre adolescenti in prossimità della giovinezza e degli atti finali che introducono all’età adulta.

I destini dei tre ragazzi e dei loro genitori si intrecciano con le vicende storiche del nostro paese, queste sono viste vissute e sofferte come da dentro ad un interno, l’interno familiare cui i tre ragazzi fanno necessariamente riferimento, in quanto figli e cui fanno capo e rimandano, e proprio da quell’interno familiare stesso trasformate in ripresentazione del passato per il lettore,. Spesso i protagonisti restano coinvolti ed invischiati negli avvenimenti che accompagnano il periodo storico che fa da perno al racconto ossia la dichiarazione dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. Si passa dagli esordi entusiastici e trionfalistici ai tragici e tremendi epiloghi densi di sofferenza umana, fame, bombardamenti rastrellamenti, sequestri, carcerazione, fucilazioni, eccidi e deportazioni. Va detto tuttavia che la famiglia attraverso il cui filtro il processo di ripresentizzazione del passato si realizza riesce alla fine in qualche modo a superare, non senza perdite, lutti, tradimenti e metamorfosi impensabili, la catastrofe, ed arrivare non disfatta completamente alle soglie degli anni sessanta. Anche qui troviamo la storia di una famiglia e la narrazione delle sue traversie collegate alle vicende contemporanee per due generazioni e forse l’inizio di una terza (Giulia si sposerà ed avrà un figlio ma di quest’ultimo nulla si aggiunge anche perché il libro di lì a poco si chiude preclude ogni ulteriore narrazione).

Quindi, ancora una volta, la storia con la esse maiuscola si incrocia con le singole storie umane individuali che si muovono e si dibattono tra due case simbolo delle ricchezze e delle proprietà della famiglia: La Villa di Gravello da una parte dove erano soliti trascorrere parte delle vacanze estive che verrà requisita da un colonnello della sezione italiana delle SS tedesche quasi al termine della guerra insieme al suo attendente, al suo segretario ed alla sua amante italiana e dove sono sfollate le due sorelle Giulia e Lucia con la madre e dall’alta l’appartamento- mausoleo romano che verrà venduto ai primi degli anni sessanta per una somma ragguardevole ed i beni presenti posti all’asta per finanziare l’attività neoimprenditoriale di Ludovico, luogo quasi intoccabile dove il padre si è rintanato per salvare il salvabile della sua industria dai bombardamenti e dalla disfatta e dove lo raggiungerà anche lo stesso Ludovico dopo una rocambolesca fuga da un monastero delle Frattocchie in era stato costretto dal padre a rinchiudersi per sfuggire alla leva.

Non sfuggirà invece alla leva il suo precettore, figlio del popolo, Marcello, che si fidanzerà con la veneziana Isabella proprio poco prima di partire per la campagna d’Africa.   Qui assisterà agli orrori e alle disfatte di Bengasi, Tobruk, Alessandria, all’avanzata di Rommell ma anche alla battaglia apocalittica e tragica di El Alamein. La narrazione e la descrizione pescano ampiamente e puntualmente nei documenti storici che hanno fotografato quegli orrendi momenti e tremendi eventi ma è soprattutto il filtro umano di chi li ha vissuti in prima persona come spettatore/attore a prevalere e a rendere possibile la ripresentizzazione del passato.

Uno straordinario esempio di ripresentizzazione del passato, si coglie verso la fine del libro nella narrazione che definirei collettiva dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Sono dieci pagine-dalla 228 alla 239- in cui tutti i trucidati, molti di più di quelli che si è sempre ritenuto fossero, sembrano prendere voce per narrare al presente tutto l’orrore di quella strage come solo può farlo chi lo ha vissuto tragicamente sulla propria pelle e sulla propria persona poco più di settant’anni fa.

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